domenica, 27 maggio 2018

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Pionieri e celluloide, così la Sicilia scoprì il cinema

Pionieri e celluloide, così la Sicilia scoprì il cinema

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  giovedì 3 maggio 2018

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Che il cinema abbia mostrato, fin dalle sue origini, la capacità di farsi medium anche in senso divinatorio, lo raccontano le testimonianze di quegli spettatori di Messina ai quali capitò di assistere, proprio la sera che precedette il 28 dicembre 1908 della catastrofe tellurica, alla proiezione di un filmetto comico dal profetico titolo “L’avvisatore del terremoto”. Sono storie come queste che — assieme alle reazioni di estasi e sgomento provate dal pubblico dei primi “quadri animati” su grande schermo — furono utili a comprovare l’efficacia dell’invenzione dei Lumière, fatta apposta per mettere in dubbio la sentenza di Goethe, “l’arte si chiama arte perché non è vita”, nel suo ostinarsi ad assecondare la confusione tra realtà e sogno. Una epocale invenzione estetica, sociale e industriale i cui dispositivi e le cui fantasmagorie approdarono in Sicilia quasi contemporaneamente al resto del mondo, come documenta L’arte del silenzio, saggio fresco di stampa dello storico del cinema Sebastiano Gesù. Rispetto a un suo precedente e corposo testo del 1995 (E venne il cinematografo), scritto in coppia con Nino Genovese, questo pubblicato dalla 40due edizioni di Palermo si presenta come un agile atlante divulgativo arricchito dall’introduzione di Alessandro De Filippo e da un ricco apparato iconografico ben impaginato da Giuseppe Castrovinci. I rari documenti e un’antologia di cronache d’epoca accompagnano il lettore in una ricognizione sui fenomeni pionieristici che, per quel che riguarda la diffusione dello spettacolo cinematografico, si manifestarono parallelamente nelle principali città della Sicilia come nei borghi del suo entroterra. Apprendiamo così che la prima proiezione isolana del “vero” Cinematografo Lumière (dopo quelle del “Kinematografo” spacciato per l’originale già nel novembre del 1896) fu quella palermitana della primavera 1897, inizialmente al Teatro Garibaldi — dove le poltrone riservate ai più abbienti costavano una lira e la metà quelle in platea per il “popolino” — e poi, “per mettere lo spettacolo in una bella cornice”, presso la “Sala Ragona” di via Maqueda. Il clamoroso consenso manifestato per quelle primitive proiezioni che inanellavano “scene dal vero” come “Una gondola a Venezia”, “Zuffa di cavalleria” e “Giustizia sommaria”, provocarono una mobilitazione imprenditoriale che culminò nell’apertura, datata 1905, della prima sala cinematografica di Palermo, l’“Edison” di piazza Verdi. È noto che quel che accadde da allora in poi nel capoluogo siciliano coincise con la tendenza espressa nel resto dell’isola come nell’intero continente durante il primo decennio del Novecento, quando la costituzione di un circuito di gioielli architettonici adibiti a cinematografi, unendosi al sistema delle sale teatrali, contribuì a modificare gli spazi urbani e la loro dinamica. A Catania, fu il commediografo Nino Martoglio —futuro regista del primo capolavoro verista sullo schermo Sperduti nel buio (1914) — ad annunciare, dalle colonne della sua rivista “D’Artagnan”, l’arrivo dell’ “attraentissimo Cinematografo Reale Lumière a Grandezza naturale”. Era il 13 febbraio 1898 e la città etnea non aveva ancora dimenticato il fattaccio consumatosi il 1° aprile dell’anno precedente, quando alcuni “ignoti” avevano rubato l’apparecchio del cinematografo di piazza Stesicoro procurando al proprietario (“un tedesco di passaggio con un teatro di pulci”) un danno di duemila lire. Allora l’“audacissimo furto” sollevò un tale scandalo da costringere i ladri a disfarsi dell’ingombrante bottino che fu poi ritrovato in un angolo di via Nuovaluce. Dovettero passare un paio di lustri perché anche a Catania (come pure a Messina e, più tardi, a Siracusa) una filiera di nuove sale alimentasse l’attività dei nuovi manager della neonata industria dei film. E arrivò il tempo dei tycoon locali alla Raffaello Lucarelli, un fiorentino a cui spettò il primato di fondare, nel 1905 a Palermo, la prima casa di produzione siciliana che, dopo una serie di “riproduzioni dal vero” di avvenimenti mondani come Il matrimonio Florio-Montereale, si consorziò con la prestigiosa “Pathé” di Parigi per una serie di film “drammatici” di discreto successo, avviando in seguito l’impresa, mai veramente decollata, di un grande teatro di posa costruito “in mezzo a uno dei giardini incantati della Conca d’Oro”. Ma in quell’epoca di azzardi pioneristici solamente a Catania spettò la fama di Hollywood sul Simeto, soprattutto grazie alla breve fortuna dell’“Etna Film” costituita nel 1913 da un industriale dello zolfo siciliano, Alfredo Alonzo, che fece erigere su una superfice di 23.000 metri quadrati i suoi stabilimenti dotati di edifici moderni e macchinari tecnologicamente avanzati. Un ampio capitolo di L’arte del silenzio è dedicato all’ascesa e caduta di questa Casa che riuscì a produrre un buon numero di comiche, drammi e “grandiosi” feuilleton scritturando rinomati registi e interpreti. Ma anche questa impresa si afflosciò per poi arenarsi allo scoppio della Grande Guerra. Non furono pochi i centri produttivi siciliani che, in quegli anni tragicamente cruciali, bruciarono le loro ambizioni nel tentativo di scalare le vette del prolifico mercato dell’industria dei film. In capitoli narrativamente assai godibili, Sebastiano Gesù racconta delle attese di capitali americani per una neonata “Trinacria Film” poi abortita e di altre vicissitudini imprenditoriali fino alle questioni di plagio che opposero Martoglio e il divo Musco a tal avvocato Cosentino, alla fioritura di scuole di recitazione cinematografica a Palermo tra il ’14 e il ’15, e (tra l’altro) all’affermazione nazionale della star di Castroreale Pina Menichelli che coincise con l’exploit dell’attore messinese Febo Mari. E così, da questo utile atlante dello studioso di Santa Venerina apprendiamo in che modo la Sicilia seppe farsi culla di un’industria, quella del cinema, perentoriamente affermatasi (almeno fino all’arrivo di altri e più invasivi media) come privilegiata finestra sul mondo, ben consapevole che la vita reale — come ha scritto più di recente la sociologa americana Therry Turke — “non è altro che una finestra in più, e nemmeno la migliore”.

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