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Pino Mercanti, un cineasta a fumetti

Pino Mercanti, un cineasta a fumetti

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  gennaio 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Quando i film erano proiettati solamente in sala per conquistarne il possesso bisognava leggerli a fumetti.

E ancora oggi, girando per mercatini domenicali, capita d’imbattersi in curiosi feticci cartacei chiamati cineromanzi, fumetti realizzati utilizzando sequenze di fotogrammi appartenenti a film popolari.

E’ un genere di pubblicazioni vendute a milioni, non solo in Italia, dalla fine degli anni Quaranta e sparite dalle edicole giusto cinquant’anni fa (gli ultimi numeri risalgono al 1964).

Proprio uno di questi cineromanzi fortunosamente ritrovati espone, nelle vignette iniziali, una veduta di Monte Pellegrino accanto a quella delle cupole di San Giovanni degli Eremiti.

Il film è difficile da identificare perché la testata ha per ingannevole titolo “Uniti nell’incantesimo”, numero datato 1962 di “Stelle”, periodico della neonata casa Lancio, poi editrice nota di fotoromanzi.

Ma appena campeggia il levigato primo piano dell’attore Massimo Serato, ecco svelato il mistero: si tratta de “Il principe ribelle”, un cappa e spada diretto 15 anni prima da Pino Mercanti, cineasta di punta dell’Organizzazione Filmistica Siciliana (O.F.S.), la cordata imprenditoriale dei fratelli Gorgone che tentò invano di trasformare porzioni di Sicilia in una Hollywood mediterranea, ben prima dei più indigesti pasticci in “agrodolce” della Rai a Termini Imerese.

Chi abbia conosciuto il Mercanti grazie alla smagata parodia del geniale “Ritorno di Cagliostro” di Maresco e Ciprì va avvertito: quel volenteroso palermitano trapiantato a Roma e scomparso nel 1986 non era certo un regista trash ma un artigiano talentoso che con i suoi film di genere fu uno tra i primi a opporsi ai diktat contenutisti del Neorealismo.

La verità è che oggi quei film più che invedibili sono invisibili, perché inediti in Dvd e programmati di rado solo dalle tv locali.

Così scopriamo, in epoca digitale, quanto risultino utili quei  benedetti cineromanzi che, da succedanei per nostalgici, si sono trasformati in tracce concrete di pellicole consegnate all’oblio.

E ciò riguarda in particolare la serie B nostrana con i suoi cult perduti, alcuni dei quali fluttuanti a frammenti nell’oceano d’Internet.

Il cineromanzo a fumetti del “Principe ribelle” è uno di quelli accurati, risultato di un “filaggio” ottenuto segnando con un ago il fotogramma prescelto in moviola, poi trasferito con gli altri su un foglio da disegno in attesa delle didascalie e delle freccette con i dialoghi.

Del resto, la trama di questo feuilleton cinematografico del 1947 sembrava predisporsi a una trascrizione per vignette.

Nella Palermo settecentesca soggiogata dagli austriaci, il viceré, complice degli occupanti, deve vedersela con i Lupi della foresta guidati dal ribelle principe di Sant’Agata.

Costui sfugge di continuo alla cattura, tra duelli e insurrezioni, attirando la protezione della rampolla Cristina che salva l’eroe, finito in prigione, dal rogo del patibolo.

Gli interpreti sanno adeguarsi alle temperature del copione: Serato fa del Principe un Rocambole (travestendosi da donna e da frate), Luigi Tosi è un capitano di giustizia “vilain” mentre Mariella Lotti-Cristina spasima come si deve.

Funziona il dosaggio di amour fou mescolato al tema di una Sicilia in lotta contro l’oppressione straniera, e si pensi come tale nobile causa evocasse il sogno separatista, ai tempi dell’uscita del film non del tutto svaporato in Sicilia.

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