lunedì, 21 agosto 2017

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Paesi tuoi di Cesare Pavese – Prima edizione Einaudi 1941

Paesi tuoi di Cesare Pavese – Prima edizione Einaudi 1941

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Autore/i:  Cesare Pavese

Tipologia:  Romanzo breve

Editore:  Einaudi, Collana "Biblioteca dello Struzzo", n. 1

Origine:  Torino

Anno:  1941 (10 maggio)

Edizione:  Prima

Pagine:  152

Dimensioni:  cm. 20 x 13,3

Caratteristiche:  Brossura con fregio di colore grigio, sopraccoperta illustrata a colori da Francesco Menzio

Note: 

Prima edizione di Paesi tuoi, romanzo breve di Cesare Pavese scritto tra il giugno e l’agosto del 1939. È il primo romanzo pubblicato da Pavese, finito di stampare il 10 maggio 1941 negli stabilimenti torinesi della S.A.T.E.T. per Einaudi. Questo titolo inaugurò la collana einaudiana della «Biblioteca dello Struzzo», una collezione di autori italiani contemporanei che, come stava scritto al risvolto di questo primo esemplare, si proponeva di «raccogliere, senza preconcetti di chiesuola né di piazza, romanzi di giovani – narrazioni autentiche e impegnative, che valgano ciascuna come una fresca inconfondibile esperienza».

« Preceduto dai racconti di Notte di festa e da Il carcere (poi edito in Prima che il gallo canti), questo romanzo parve rispecchiare  più di ogni altro di Pavese la diretta influenza del naturalismo lirico americano (Faulkner, Caldwell, Hemingway). In realtà, pur ammettendo l’influenza di questi e altri scrittori che Pavese in quegli anni attendeva a tradurre e a divulgare in Italia (ma si pensi anche allo Zola di La terra e al nostro D’Annunzio), il romanzo costituisce soprattutto una prima e certo ancora superficiale manifestazione di quel gusto per il selvaggio, il mitico, il “numinoso” delle civiltà arcaiche, che ispirerà, in forme più sfumate, il maturo Pavese dei Dialoghi con Leucò e di La luna e i falò. (…) A parte le immagini simboliche (per esempio la collina che è una «mammella») e le sottolineature mitico-sacrali che accompagnano, financo con eccessiva insistenza, tutto il racconto a sottolinearne le intenzioni extranaturalistiche, è da notare l’originale impasto linguistico della narrazione, ottenuto dallo scrittore fondendo, nella parlata di Berto, il dialetto piemontese e la lingua e facendo così del personaggio il portavoce insieme di un possibile Berto operaio torinese e dello stesso Pavese ».

(Enzo Noè Girardi, in Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi, Milano, Bompiani, 2005)

Sinossi: 

Protagonista e narratore del racconto è Berto, meccanico torinese  disadattato e solitario, «andato in malora per aver schiacciato un ciclista», uscito dal carcere contemporaneamente al suo compagno di cella Talino Vinverra, contadino violento e istintivo che è stato accusato di aver dato fuoco a un cascinale.

Inizialmente riluttante e diffidente per la goffaggine del compagno, Berto non riesce a liberarsi di Talino che insiste perché si rechi in campagna dai suoi. Berto finisce con l’accettare la proposta, sia perché senza lavoro, sia per sfuggire all’angoscia di aver trascorso alcune ore con Michela, la donna di Pieretto, un altro suo compagno di cella ancora in carcere.

Il contadino gli offre la possibilità di essere assunto dal vecchio Vinverra in qualità di meccanico, responsabile del buon funzionamento della trebbiatrice di famiglia nel periodo della mietitura.

Giunto alla meta, dopo un tragitto in treno e poi a piedi, Berto scopre un mondo nuovo, sanguigno e bestiale, ritualistico e pieno di simboli, a cui stenta perciò ad adattarsi.

Arrivato alla cascina, immersa nella campagna langarola, il meccanico fa la conoscenza del vecchio padre di Talino, della madre e delle quattro sorelle. Apprende inoltre che Talino è finito in cella con lui per aver sfogato la sua rabbia inconsulta bruciando il cascinale della Grangia ad un antico rivale.

Berto è attratto da Gisella, la meno rozza e la più sfuggente delle sorelle di Talino, tutte diversamente legate alla terra ma egualmente  sottomesse alla brutalità della vita che lì vi si trascorre. L’amore che unisce i due è intenso pur se sbrigativo. E Berto viene a conoscenza proprio da Gisella del carattere selvaggio del fratello e degli incontri incestuosi avvenuti tra i due ancora in giovane età. Nonostante si sia reso conto delle condizioni psichiche di Talino, il meccanico esita ad allontanarsi dai Vinverra per amore di Gisella e per un sinistro destino che sembra legarlo a quella terra.

E un giorno il destino si compie. Mentre si svolgono i duri lavori della mietitura, Gisella si reca al pozzo per offrire un secchio d’acqua all’assetato Berto. Talino, instupidito dal caldo, dalla stanchezza e dalla gelosia, provoca la sorella e, dopo la sua reazione, le pianta nella gola un tridente, prima di fuggire nella campagna.

Mentre Gisella agonizza prima di morire dissanguata, il vecchio Vinverra decide di riprendere il lavoro di mietitura. Il giorno seguente, Talino esce dal suo nascondiglio nel fienile e si consegna ai gendarmi sotto gli occhi di Berto, incredulo e sbigottito.

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