mercoledì, 18 ottobre 2017

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Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci – Edizione Blu-ray del 35°anniversario. (Con la sceneggiatura integrale di “Novecento” illustrata dai fotogrammi di tutte le scene del film)

Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci – Edizione Blu-ray del 35°anniversario. (Con la sceneggiatura integrale di “Novecento” illustrata dai fotogrammi di tutte le scene del film)

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Regia:  Bernardo Bertolucci

Origine:  Italia/Francia/Germania

Anno:  1976

Da vedere:  * * * *

Sceneggiatura:  Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci

Cast:  Robert De Niro (Alfredo Berlinghieri, jr.), Gérard Depardieu (Olmo Dalcò), Dominique Sanda (Ada Fiastri Paulhan), Burt Lancaster (Alfredo Berlinghieri, sr., padre di Giovanni), Sterling Hayden (Leo Dalcò, nonno di Olmo), Stefania Sandrelli (Anita Foschi, compagna di Olmo), Donald Sutherland (Attila Melanchini, fattore di casa Berlinghieri), Romolo Valli (Giovanni Berlinghieri, padre di Alfredo jr.), Laura Betti (Regina, cugina di Alfredo), Werner Bruhns (Ottavio Berlinghieri, fratello di Giovanni), Stefania Casini (Neve), Alida Valli ( Signora Pioppi), Francesca Bertini (Suor Desolata, sorella di Alfredo Berlinghieri, sr.), Paolo Pavesi (Alfredo bambino), Roberto Maccanti (Olmo bambino), Maria Monti (Rosina Dalcò), Anna-Maria Gherardi (Eleonora, moglie di Giovanni Berlinghieri), Anna Henkel (Anita, figlia di Olmo), Ellen Schwiers (Amelia), Giacomo Rizzo (Rigoletto), Pippo Campanini (Don Tarcisio), José Quaglio (Avanzini, proprietario terriero), Pietro Longari Ponzoni (Pioppi, proprietario terriero), Allen Midgette (vagabondo), Salvatore Mureddu (capitano dei soldati regi a cavallo), Sante Bianchi (Montanaro), Antonio Piovanelli (Turo Dalcò), Liù Bosisio (Nella Dalcò), Paolo Branco (Orso Dalcò), Girolamo Lazzari (Tigre), Katerina Kosak (Rondine), Gabriella Cristiani (Stella), Irene Gianni (Teresita, domestica di Ada), Tiziana Senatore (Regina bambina) // Doppiatori italiani: Ferruccio Amendola (Robert De Niro nel ruolo di Alfredo Berlinghieri), Claudio Volonté (Gérard Depardieu nel ruolo di Olmo Dalcò , Giuseppe Rinaldi (Burt Lancaster nel ruolo di Alfredo Berlinghieri sr.), Renato Mori (Sterling Hayden nel ruolo di Leo Dalcò), Rita Savagnone (Dominique Sanda nel ruolo di Ada Fiastri Paulhan), Antonio Guidi (Donald Sutherland nel ruolo di Attila Melanchini)

Formato:  Blu-ray Disc e Dvd (Contenuti extra). Video: panoramico ad alta definizione (1.85:1) 1080 x 24 // Audio: Italiano Mono 2.0 - Inglese: Mono 2.0

Edizione:  Prima edizione in Blu-ray (2 dischi)

Casa di produzione:  Dall'Angelo Pictures / Mgm Homevideo

Numero copie:  1

Durata:  315 minuti

Sottotitoli:  Italiano

Direttore della fotografia:  Vittorio Storaro

Musiche:  Ennio Morricone (motivi popolari eseguiti da: Le ocarine di Budrio, Orchestra Cantoni di Colorno / Ocarina solista: Rota di Fidenza / Canzone "Era de maggio" eseguita da Mirna Doris)

Colore/BN:  Colore (Technicolor)

Note: 

Prima edizione italiana in Blu ray (Full HD 1080) di Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci. Uscito in occasione del 35°anniversario del film, il cofanetto della Dall’Angelo Pictures comprende 2 dischi: il primo, in Blu-ray, con i due atti del film (315 minuti in 108op con audio italiano in 2.0 Dts Hd) e il secondo, in Dvd, con 100 minuti  di contenuti extra.

 

 CONTENUTI EXTRA:

♦ BERTOLUCCI E NOVECENTO - Intervista a Bernardo Bertolucci (28 minuti):  Nascita e sviluppo del soggetto / La scelta degli attori / I giovani di oggi nel cinema italiano / Il 3 D e la nuova tecnologia / Novecento e il 3 D / La distribuzione in Usa / La censura in Italia / La reazione del PCI all’uscita del film / I maestri  

♦ BERTOLUCCI, IL CINEMA E L’ITALIA – Intervista a Bernardo Bertolucci (10 minuti)  : Il comunismo oggi / La destra e la sinistra oggi / Novecento atto III / Un augurio per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia / L’Italia che vedo 

♦ IL RESTAURO DIGITALE DI NOVECENTO  (3 minuti)

  BERTOLUCCI SECONDO IL CINEMA  (63 minuti / Italia, 1975)

Backstage del film Novecento di Bernardo Bertolucci

Regia di Gianni Amelio  / Interviste a Bernardo Bertolucci, Sterling Hayden, Dominique Sanda. Riprese sul set con la troupe del film e Bernardo Bertolucci, Sterling Hayden, Dominique SandaRobert De Niro, Donald Sutherland, Alida Valli, Stefania Sandrelli, Gérard Depardieu, Laura Betti, Burt Lancaster, Giuseppe Bertolucci, Vittorio Storaro

Fotografia di Renato Tafuri  / Montaggio di Sergio Nuti  Suono di Remo Ugolinelli, Corrado Volpicelli

Edizione restaurata del 2000 presentata nella sezione “Passato/Presente” della 57ma Mostra del Cinema di Venezia 

 

 

ANTOLOGIA CRITICA  

 

♦ «(…) Novecento è un film politico già a partire dalla vicenda che racconta: un conflitto tra contadini e padroni, con il progressivo riscatto dei primi e la perdita da parte dei secondi del potere ingiustamente occupato. Ma è importante che l’”esemplarità” del racconto permetta subito di valicare i confini della proprietà Berlinghieri; ciò che Bertolucci ci narra, più in generale, è la trama della lotta di classe. Assume un certo rilievo, allora, osservare come il discorso politico non sia portato avanti solo dalla coppia Alfredo-Olmo ma anche e soprattutto da una galleria di figure parallele.

(…) Novecento è un emblema non solo a causa di un gioco di particolare e universale, ma anche in forza del suo immaginario; le contropartite stilistiche della sua politicità non stanno solo nella razionalità e nell’eticità, ma anche nell’abbandono al piacere della visione.»

FRANCESCO CASETTI, in Bernardo Bertolucci, Firenze, La Nuova Italia, «Il Castoro Cinema», n.24, dicembre 1975

 

♦ «(…) Novecento è un film meno a tesi di quanto possa credere chi ne esalta (o paventa) l’ispirazione sovversiva e il suo autore volesse. È certamente meno ottimista di quanto egli pensi quando dice che la classe contadina è destinata alla vittoria. Conquistato come tanti artisti dal fascino estetico e morale che sprigiona il mito della rivoluzione proletaria, Bertolucci ha sentimentalmente condiviso l’idea della storia come lotta di classe, ma le sue origini familiari e la sua vena di lirico malinconico lo hanno frenato giusto in tempo per fare del film, anziché un’opera di persuasiva propaganda, un mosaico di promesse e di tradimenti, una meditazione nevroticamente autobiografica sull’ambiguità della vita. Che il grandioso impianto produttivo dilata al colosso hollywoodiano, senza con ciò sottrargli il suo profumo di fiaba storica, condotta insieme da attrazione e ripulse nei confronti d’una materia che la volontà seleziona, il cuore frammischia. (…)»

GIOVANNI GRAZZINI, in «Corriere della Sera», 26 settembre 1976

 

♦ « (…) Il film di Bertolucci è pieno di immagini, che si interrogano, di ampie circolarità, che nascondono un altro sguardo, di soggettive che lasciano storditi per le improvvise colleganze, per le “letture” metaforiche (come l’improvvisa “cecità” di Ada, che chiude gli occhi dinanzi ai fascisti e che “cieca” continua a ballare nel salone della Casa del Popolo) e per le citazioni filmiche. Ricostruzione e riappropriazione di una “fiction”, sottolineante una coerente ricerca espressiva. Cinema-cinema che riutilizza gli schemi di un genere, reinseriti in un contesto “diverso”. Il lungo racconto “mitico” fatto da Anita, all’inizio del film, in piedi sul covone di grano prelude ad un’epica dell’inverosimile, in un ipotetico orizzonte, che si salda, nella parte finale, con la coralità coreutica dei partigiani, contadini-residenti sotto la grande bandiera rossa. La cifra è diversa: al melodramma subentra il balletto, in uno scatto inventivo, che resta irrisolto. »

EDOARDO BRUNO, in «Filmcritica», n.266, anno XXVII, luglio 1976

 

♦ «Amo in Novecento – che ha per asse portante la grande amicizia tra Alfredo Berlinghieri e Olmo Dalcò, il borghese e il contadino – il modo in cui Bertolucci racconta i rapporti tra Alfredo e Olmo bambini: la riscossa rivalità, le imprese infantili, e quel magico momento della visione della città lontana attraverso il nitore del cielo dopo la tempesta. Amo il vecchio patriarca Leo Dalcò, solenne come una quercia, vera immagine della nobiltà dell’uomo contadino, nel quale Sterling Hayden si è calato con un processo di osmosi che, forse, altri, pur bravi, americani del film (Lancaster, Sutherland, De Niro) non hanno raggiunto. Amo il momento della sua morte serena, appoggiato a un albero, davanti allo spettacolo dei padroni che faticano sui campi, disertati dai contadini in sciopero. (…) Ma amo anche la morte del vecchio Berlinghieri che, dopo l’incanto zufolante del ballo sotto gli alberi, si impicca nella stalla, e i rimbrotti bruschi che gli rivolge, come a continuare il loro lungo dialogo da vivi, il vecchio Dalcò. Sarà forse troppo concertata – come lo sono, in sapienti e sinuose coreografie altre parti del film – ma amo la scena in cui Hayden rifiuta, in un primo momento, di bere lo champagne con cui Lancaster vuole festeggiare la nascita del nipote, e i contadini gli ubbidiscono. Ammiro le pagine di bravura spettacolari, quelle palesi (l’intervento della cavalleria, le donne sdraiate che cantano, i signori a caccia in barca) e quelle più segrete (il duomo nella neve dove il vecchio Berlinghieri conserva le bottiglie). Ammiro le citazioni (quella di Eisenstein nella chiesa con Romolo Valli dalla pelliccia di boiardo), la celebrazione dei riti contadini (il pranzo in casa Dalcò), le eleganti soluzioni narrative (il treno nella galleria ligure che fa scattare di dieci anni in avanti il racconto). Mi intriga e mi affascina l’Ada di Dominique Sanda che anticipa i modi e i temi del secondo atto e che sembra l’irruzione di un personaggio che proviene da lontano, da altri film di Bertolucci. (…) »

 MORANDO MORANDINI, in «Il Giorno», 4 settembre 1976

 

♦ « (…) C’è nel film una continua tensione al simbolo, al travestimento icastico delle idee-guida. Pensiamo ai due fascistoni Attila e Regina (nomi simbolici, lui è il distruttore, lei la “moglie del re”) che nella loro agonia protratta sotto i forconi della plebe sono chiamati a mimare una versione grottesca della morte di Mussolini e della Petacci. Del resto la chiave metaforica è introdotta molto chiaramente fin dal’inizio dal gobbo vestito da Rigoletto, che imperversa come insostituibile “fool” della civiltà contadina e sarà sostituito da un altro Rigoletto ragazzo alla festa della Liberazione. (…) Bertolucci evoca tutta un’antropologia della Padania, cerca di entrare nella pelle degli avi rurali: nel loro modo di mangiare, di bere, di parlare e di morire. Anche se si canta un po’ troppo come nei nastri del magnetofono di Roberto Leydi, il film è completamente immerso in un’ipotesi di ricerca popolare. Prendiamo l’uccisione di Attila, che avviene a suon di musica come in una scampagnata ritualistica: non sembra che i contadini vadano ad uccidere un uomo, ma a “segare la vecchia”. La Liberazione scoppia come una festa grande d’aprile e anche il processo antifascista al padrone si svolge fra strambotti e contrasti, intorno al grande lenzuolo rosso fatto di tutte le bandiere cucite insieme e sepolte per vent’anni. »

TULLIO KEZICH, in “la Repubblica”, 30 agosto 1976

 

♦ «In Novecento la serenità che è propria della storia non c’è perché Bertolucci vorrebbe che la sua scorribanda in mezzo secolo di storia italiana apparisse come un’esperienza non già contemplata da lontano ma vissuta e sofferta davvicino e per giunta vissuta e sofferta come storia. In maniera contraddittoria egli vuole che i personaggi, pur mentre vivono la loro esistenza privata, sappiano di soffrire la storia in ogni loro anche minima azione. Per ottenere questo scopo Bertolucci ha interiorizzato il passato o meglio ha sostituito il passato con la vicenda della sua vita interiore. Questa sostituzione ha portato a risultati singolari, alcuni convincenti, altri meno. Tra i primi, bisogna mettere il rapporto con la natura e quello con il popolo. Il rapporto con la natura si esprime come inesauribile nostalgia della campagna nativa nei bellissimi paesaggi, in molti particolari naturali, nei tanti volti di contadini che ci vengono additati in frequenti primi piani. Il rapporto con il popolo si esprime, invece, in maniera penosa e ossessiva, in un altrettanto inesauribile senso di colpa al quale dobbiamo, oltre a molte scene crudeli e imbarazzanti come quella dello spumante, la generale visione manichea che spartisce il film in due mondi: da una parte il popolo idealizzato in senso positivo, dall’altra la borghesia illuminata da una luce sinistra e disperata. Tutta la vicenda, insomma, è guardata dall’angolo visuale di un privilegio sociale pentito, insicuro, scosso (…)»

ALBERTO MORAVIA, in «L’Espresso», 19 settembre 1976

 

 

Sinossi: 

♦  ATTO PRIMO 

25 APRILE 1945, GIORNO DELLA LIBERAZIONE, così recita la prima didascalia dopo i titoli.

Siamo nelle campagne della “Bassa”. Si festeggia la liberazione dal nazifascismo. La guerra è finita, ma un militare fascista in fuga scarica il suo mitra addosso a un giovane partigiano che, prima di morire, si domanda perché mai sia toccato proprio a lui. C’è una grande animazione sui campi. Qualcuno ha avvistato Attila Melanchini (Donald Sutherland) e Regina (Laura Betti), un’anziana coppia di fascisti in fuga. La giovane Anita (Anna Henkel), insegue i due, aiutata da altre contadine inferocite. Quando la coppia viene agguantata, Regina è  furiosamente malmenata, mentre Attila viene infilzato da tre colpi di forcone. Nel frattempo, il giovanissimo contadino Leonida entra a Villa Berlinghieri, e punta il suo fucile contro il padrone di quelle terre, Alfredo Berlinghieri (Robert De Niro). Questi è condotto nella stalla, che è stato luogo di eventi tragici riguardanti suo nonno e suo padre, e lì tenta di dialogare, non senza ironia, con il carceriere adolescente. Ma Leonida prende sul serio il proprio ruolo di liberatore e minaccia di sparargli: per lui, ormai, “non ci sono più padroni”.

Un salto nel tempo: MOLTI ANNI PRIMA, avverte la didascalia.

E’ la notte del 1901 in cui Giuseppe Verdi muore, e un giovane servitore gobbo (Giacomo Rizzo), vestito da Rigoletto, ne dà notizia ubriaco. In quello stesso momento, due donne stanno partorendo a pochi metri di distanza. A Villa Berlinghieri, la moglie di Giovanni, Eleonora (Anna Maria Gherardi), potrebbe sgravare dopo Rosina (Maria Monti), della famiglia contadina dei Dalcò, la cui corte è annessa alla villa. Nel giardino di Villa Berlinghieri, a fare rabbiosamente il tifo per la nuora Eleonora provvede Alfredo Berlinghieri (Burt Lancaster), padrone di quelle terre, al quale arriva la notizia della nascita di un nuovo erede dei Dalcò. Quasi contemporaneamente, il figlio Giovanni (Romolo Valli) si affaccia a un balcone per mostrargli con orgoglio il neonato col “pistolino”, che verrà chiamato Alfredo come suo nonno. Dopo aver accolto frettolosamente suor Desolata (Francesca Bertini), la sorella suora che ha deciso di trasferirsi per l’occasione a casa sua, Alfredo senior va nei campi per condividere il lieto evento con i suoi braccianti. Lì si trova di fronte all’ostilità del rude patriarca della famiglia Dalcò, Leo (Sterling Hayden), per il quale c’è poco da festeggiare: il fatto che  gli sia nato un ennesimo nipote, al quale è stato dato il nome di Olmo, è fonte di ulteriore preoccupazione (“un’altra bocca da sfamare, un altro culo da far cagare”, come commenterà poi il servo Rigoletto). Tuttavia, tocca a entrambi, padrone e contadino, festeggiare la doppia nascita, con una bevuta di quell’impareggiabile nettare proveniente dalle cantine segrete (il “paradiso”) di Villa Berlinghieri.

Qualche stagione è trascorsa. Nelle terre dei Berlinghieri, l’acquisto di un rastrello meccanico, compiuto da Giovanni, provoca la diffidenza di Leo e degli altri Dalcò. Nel frattempo, Alfredino (Paolo Pavesi) e Olmo (Roberto Maccanti) crescono l’uno accanto all’altro. Durante l’estate della loro adolescenza, li ritroviamo a giocare insieme, tra coltivi e canali padani, sempre intenti a sfidarsi in prove di abilità. A condurre i giochi è Olmo, abile a catturare le rane (e a farle ingoiare alla piccola contadina Nina), e a provocare il coetaneo borghese con la gara a chi “incula” meglio la terra facendo piccoli fossi sul terreno, o con la masturbazione nascosta attraverso le tasche bucate, buona a far diventare “socialisti dalle tasche buche”.  Ma il territorio privilegiato della sfida tra i due ragazzi è la vicina ferrovia: Olmo è solito distendersi per il lungo sui binari, resistendo a occhi chiusi per tutta la durata del passaggio del treno. Questa volta Olmo impone all’amico di dividere con lui la prova di coraggio, ma all’ultimo minuto, poco prima che la vaporiera gli passi sopra, Alfredino si sottrae al rischio.

Per mettere a tacere le voci che attribuiscono a Olmo la malvagità propria dei “bastardi” (visto che è di padre ignoto), Leo decide di ostentare la sua predilezione nei riguardi del ragazzo, e lo chiama a una specie di “battesimo” durante una cena nelle cucine della corte dei Dalcò. A Villa Berlinghieri, l’atmosfera è più tesa: il vecchio Alfredo rifiuta di sedersi per la cena accanto ai suoi familiari. Intorno alla tavola, i commensali sono impegnati a discutere più che a mangiare. Vediamo Giovanni e la moglie Eleonora, la sorella di quest’ultima, Amelia (Ellen Schwiers) con la perfida figlioletta Regina, e la vispa ottuagenaria Suor Desolata. Principale oggetto degli acidi commenti è Ottavio (Werner Bruhns), il fratello viveur di Giovanni, “pecora nera” dei Berlinghieri, sempre in viaggio e disinteressato all’azienda di famiglia. A lui, in quanto primogenito, rischia di finire gran parte dell’eredità, e Giovanni non se ne fa una ragione. Dal canto suo, Alfredino asseconda le bizzarrie del nonno che ostenta il proprio disprezzo nei confronti del figlio Giovanni, contestandogli un atteggiamento da borioso “modernista”.

La nevrosi di Alfredo senior si trasforma in una vera e propria ossessione. Durante una festa campagnola, egli cerca di sedurre l’ignara, giovanissima Irma conducendola nella stalla. Per lui, la maledizione estrema è la vecchiaia che lo ha condotto all’impotenza sessuale. Così chiede alla ragazzina di prendergli in mano il sesso per farsi mungere. Ma poi la manda via e si impicca a una trave. E così, impiccato, lo trova il coetaneo Leo, a cui non resta altro che compatire la patetica fine del suo antagonista di sempre, una fine “non degna di un padrone”.

Più tardi, Alfredino assiste a un’atroce messa in scena: i genitori stanno raggirando il vecchissimo notaio sordo, facendogli redigere il falso testamento del defunto Alfredo Berlinghieri, nel quale è Giovanni a ereditare l’intero patrimonio mentre al figlio maggiore Ottavio va un appartamento a Parma e un vitalizio annuo di cinquemila lire. A dettare le presunte volontà del padre, imitandone la voce, è però lo stesso Giovanni che, con la complicità della moglie Eleonora e della cognata Amelia, finge che lo stecchito Alfredo, sprofondato nel suo letto, sia ancora vivo e in grado di intendere e di volere. Questo macabro episodio segna indelebilmente il rapporto di Alfredino col padre Giovanni.

Arriva un temporale, e la città diventa un comune miraggio per i due ragazzi cresciuti in campagna. I loro giochi si sono fatti ancora più aspri e competitivi: Alfredino comincia a intuire il rischio di avere un amico “socialista dalle tasche buche”, mentre Olmo prende atto della differenza di classe che lo separa dal suo prediletto coetaneo.

Una violenta grandinata distrugge metà del raccolto e Giovanni, da nuovo padrone ancora più spietato del padre, pretende dai Dalcò e dagli altri braccianti il “sacrificio” di dimezzare le loro già misere paghe. Con gratuito sarcasmo, davanti ai contadini riuniti, Giovanni allude alle spropositate orecchie a sventola di Montanaro (Sante Bianchi) che sembra non aver capito i presunti “sacrifici” del padrone. Per tutta risposta, il contadino tira fuori una roncola e si mozza di netto l’orecchio, come gesto primario di protesta e di ribellione. Un atroce sacrificio che diventa fonte di leggenda, diffondendo il malcontento tra i lavoratori di quelle terre, ma che non sembra cambiare la miserabile condizione di Montanaro e della sua famiglia. Nella sua poverissima capanna, il pranzo consiste in qualche tocco di polenta, mentre un’aringa disseccata oscilla sopra il tavolo vuoto. Per fare dimenticare la fame ai figlioletti, a Montanaro non resta che suonare la sua ocarina.

Nel giugno del 1908, la Lega indice uno sciopero generale. I contadini hanno cominciato a prendere coscienza del loro stato e aderiscono alla protesta. Anche il vecchio Leo, per il quale scioperare è stato da sempre un atto inconcepibile, si accoda con entusiasmo ai lavoratori in rivolta. I campi sono abbandonati e le mucche nelle stalle piangono perché non sono più munte. Per sostituire i “paisani” che incrociano le braccia, i Berlinghieri, come gli altri padroni di quelle parti, assoldano alcuni crumiri, facendoli proteggere dalle guardie. Ma nemmeno questi nuovi sacrificati sono sufficienti a coprire la mole di lavoro arretrato.

E così, nell’ultimo giorno della sua vita, a Leo è dato di assistere allo spettacolo, per lui sorprendente, dei ricchi tutti sudati (l’intera famiglia Berlinghieri insieme agli amici convocati dalla città), intenti a lavorare al posto dei contadini che stanno “a pancia all’aria”. “Sarà questo il socialismo?”, domanda Leo al prediletto nipote Olmo, per il quale il vecchio è un pozzo di saggezza, anche perché (come confida ad Alfredino) “ha visto Garibaldi”. Poi il patriarca dei Dalcò appoggia la sua testa stanca al tronco di un albero e muore “come un santo davanti a una visione: piangendo e sorridendo, come quando piove e c’è il sole”.

Lo sciopero si estende in tutta Italia e Olmo, insieme a una cinquantina di bambini emiliani, è messo su un treno per Genova, come figlio dei braccianti ospitato dai ferrovieri e dai portuali in lotta. Ad attendere il passaggio del convoglio, sistemato per il lungo sulle rotaie come sapeva fare Olmo nella prova di coraggio, c’è Alfredino, che questa volta riesce ad affrontare fino in fondo la pericolosa sfida con se stesso.

Nel buio di una galleria il tempo corre veloce. Gli anni dell’infanzia sono finiti e i bambini contadini sono diventati adulti, in divisa, soldati della Grande Guerra. E’ il 1918. Dal treno dello sciopero si passa al treno che riporta a casa Olmo (Gérard Depardieu), reduce dal fronte. Attraversando la grande corte il giovane abbraccia la madre, i parenti, i compagni. Nella cascina incontra Anita Furlan (Stefania Sandrelli), una maestrina profuga della provincia di Verona: con lei è amore a prima vista. E nel granaio ritrova Alfredo (Robert De Niro), che gioca in divisa da tenente anche se il padre gli ha impedito di andare al fronte. Niente sembra cambiato, i due baruffano come vecchi amici d’infanzia.

Ma i rapporti di forza tra padroni e contadini si sono inaspriti. Ora che Giovanni Berlinghieri ha comprato una fiammante trebbiatrice a vapore e ha assunto nuovi braccianti (anche perché, come dice lui, i maschi dei Dalcò “sono quasi tutti morti in guerra, come tanti coglioni”), il raccolto non si divide più a metà. Olmo sembra non volersi rassegnare a questo nuovo ordine, garantito dalla “rassicurante” presenza di un nuovo fattore, Attila Melanchini. Per difendere le  rimostranze dell’amico, Alfredo sfida il padre Giovanni, sotto lo sguardo velenosamente ironico della cugina Regina che vorrebbe sposarlo. A sostenere la piccola rivolta nella corte interviene pure Anita che affronta l’arroganza di Attila, guidando alcune contadine a riempirlo dalla testa ai piedi con i chicchi di quella parte di grano che spetta ai Berlinghieri.

Arriva il giorno di San Martino, tradizionale scadenza dei contratti di mezzadria nella Bassa: un anno prima del tempo, il contadino Oreste  è privato della casa e del terreno. A sostenere la sua protesta disperata, davanti a una truppa di guardie regie a cavallo, si aggiungono Olmo e Anita. Giovanni Berlinghieri e gli altri proprietari interrompono una battuta di caccia per incoraggiare la carica delle guardie. E quando tutto sembra perduto, Anita fa distendere un gruppo di donne davanti ai cavalli dei militari, costringendoli così a retrocedere. Il tenente che dà l’ordine del ritiro viene insultato da uno dei proprietari presenti, il truce agrario Avanzini (José Quaglio), che promette vendetta.

Di lì a poco, tutti i padroni si radunano nella chiesa del paese. Per combattere i “bolscevichi”, che sono diventati il loro nemico comune, Giovanni e gli altri affidano ad Attila il compito di organizzare la reazione. Gli unici che si oppongono al progetto “squadrista” sono Alfredo e il signor Pioppi (Pietro Longari Ponzoni) che escono polemicamente dalla chiesa.

Olmo e Alfredo si recano in città, dove incontrano prima Montanaro, che fa il saltimbanco, e poi la giovane Neve (Stefania Casini), a cui chiedono di prostituirsi, facendole bere del rosolio. Alfredo esibisce un comportamento spavaldo, mentre Olmo si incupisce. L’incontro sessuale va a rotoli quando Neve, ormai ubriaca, ha un attacco epilettico. A soccorrerla rimane Olmo, tutto nudo, mentre Alfredo, rivestitosi sommariamente, se la dà a gambe.

Poi il giovane si rifugia nella sofisticata casa dello zio Ottavio (Werner Bruhns), esteta e collezionista d’arte, dove fa la sua apparizione Ada Fiastri Paulhan (Dominique Sanda), una splendida ed estrosa fanciulla, evidentemente mantenuta dall’uomo. Alfredo ne rimane rapito e i due si divertono insieme a scorrazzare su un auto, guidata da Ada, leggendo a voce alta poesie futuriste. Ma il frenetico idillio è interrotto, lungo la strada, dall’ingombrante presenza di un camion pieno di squadristi guidati da Attila. Quando Ada li vede ha una reazione isterica: chiude gli occhi, come se fosse diventata cieca.

Olmo va alla Casa del Popolo dove la sua Anita, che adesso è incinta, fa la maestrina dando lezioni serali (anche di comunismo) a quattro anziani mezzadri. I due giovani vanno a ballare, lasciando gli “scolari” a giocare alla morra e a bere. Intanto, nell’affollata balera del paese, Ada (che ha trascinato lì il suo nuovo amico) si ostina a fingersi cieca. Alfredo le regge il gioco anche in presenza di Olmo e Anita, nel frattempo sopraggiunti. Ma Anita non si lascia suggestionare e aggredisce verbalmente Ada, accusandola di aver fatto uno “scherzo da ricchi”. Mentre Alfredo, per stemperare la tensione, invita i tre amici a non dimenticare il presente momento di armonia, Ada si mortifica e chiede scusa a tutti.

Ma a interrompere le danze alla balera, arriva la notizia di un incendio che sta distruggendo la Casa del Popolo. Tutti corrono a cercare gli spegnere le fiamme, meno Alfredo e Ada, che sembrano non rendersi nemmeno conto di quanto è accaduto. In realtà, sono stati Attila e i suoi squadristi, da loro incontrati lungo la strada, a dare fuoco alla Casa del Popolo, che ritenevano un “covo di sovversivi”, uccidendo così i quattro mezzadri rimasti dentro a sorvegliarla.

Ora Alfredo costringe Ada a spogliarsi e, mentre lei racconta le sue vicissitudini di orfana vissuta al di sopra delle proprie possibilità, la prende sessualmente prima con violenza e poi con tenerezza, rendendosi conto che la ragazza è vergine. E così Ada è costretta a rivelare di non essere l’amante di Ottavio.

Il funerale delle vittime del massacro alla Casa del Popolo vede una grande partecipazione di popolo. Tutto il paese, chiamato disperatamente a raccolta da Anita e Olmo, è sceso in piazza per seguire le bare che, aperte, esibiscono i poveri resti carbonizzati dei quattro martiri contadini, “sfruttati dai padroni e ammazzati dai fascisti”. Prostrata e avvilita, Anita abbraccia il suo Olmo avvertendo la minaccia concreta di una “fine” imminente. In verità, la “fine” è l’inizio del lungo inverno fascista.

Mentre è in corso il funerale, Attila prova ad incoraggiare i suoi camerati, spaventati e depressi dalla presenza di migliaia di concittadini, insieme a troppe bandiere rosse, in quella piazza. Dopo avere indossato la sua nuova camicia nera e averne promesse altre al fedele Baroni e agli altri, Attila afferra un povero gattino identificandolo con “l’epidemia del comunismo” e, come prova di ardimento e di crudeltà, lo appende al muro uccidendolo con una testata.Poi, con la faccia piena di sangue, guida il piccolo manipolo in piazza al grido di “Allarmi, siam fascisti!”.

Appare la didascalia: FINE DEL PRIMO ATTO

 

♦ ATTO SECONDO

Ritroviamo Alfredo e Ada in vacanza a Capri. La coppia di giovani amanti si accompagna al più maturo Ottavio che, come un novello von Gloeden, asseconda la propria omosessualità fotografando adolescenti nudi in pose classicheggianti. Mentre i tre, anche per esorcizzare il loro orrore nei riguardi della deriva fascista in atto (testimoniata dall’intollerabile presenza, da nord a sud, di camicie nere ), sniffano cocaina nella loro suite al Grand Hotel, arriva un telegramma con la notizia della morte di Giovanni Berlinghieri.

Alfredo torna alla Villa nello stesso giorno del funerale paterno. Giusto in tempo per sorprendere Olmo intento a rubare una pistola dalla scrivania del padrone defunto. Alfredo apprende dall’amico che il padre Giovanni è schiattato nella stessa stalla dove il vecchio Alfredo si era impiccato tempo prima, e che la combattiva Anita è morta di parto. Commosso, lascia andare Olmo, annunciando poi alla propria madre, e ai parenti appena tornati dal cimitero, la sua ferma intenzione di sposare Ada.

Durante il ricevimento di nozze a Villa Berlinghieri, l’isterica Regina, complice delle prime scoperte sessuali di Alfredo, affronta Ada rivelandole il proprio acido risentimento di sposa mancata. Dato che non ha potuto impalmare il cugino, Regina punta su Attila e lo bacia platealmente sul tavolo nuziale.

Spinto da Ada, che mostra di detestare la sola vista delle camicie nere, Alfredo impone le nuove regole di casa Berlinghieri: niente vessilli fascisti in giro né tantomeno camerati in divisa, mentre Attila e Regina potranno continuare la loro relazione solo in modo clandestino. E così, la coppia di concubini va a sfogare sessualmente le proprie frustrazioni in uno dei solai della villa (lui delirando sui borghesi e proletari che sconteranno le loro colpe sull’altare della rivoluzione fascista), mentre nella sala del ricevimento irrompe Ottavio col suo regalo di nozze: uno splendido cavallo bianco a cui ha dato l’evocativo nome di Cocaina, e che Ada non esita immediatamente a  galoppare lungo il pioppeto della proprietà dei Berlinghieri. E’ lì che la novella sposa incontra Olmo, il quale si è rifiutato di partecipare alla cerimonia e ora ha catturato Ada nella sua rete per uccelli.

Nel frattempo, Attila e Regina hanno coinvolto nel loro perverso convegno erotico anche Patrizio Avanzini, figlio adolescente dell’agrario, che li ha sorpresi nel solaio. Euforico e spaventato, Attila afferra il ragazzo per le gambe e lo fa roteare fino a fracassargli  la testa contro un pilastro di mattoni.

Ada e Olmo tornano nel giardino di Villa Berlinghieri, sotto lo sguardo sospettoso di Alfredo, in tempo per assistere al macabro ritrovamento del cadavere seviziato di Patrizio. E’ la signora Pioppi (Alida Valli) a urlare tutto il suo raccapriccio, mentre cerca l’ aiuto di Ottavio. Attila approfitta del momento di smarrimento collettivo per accusare Olmo del turpe delitto, e scatena i suoi camerati per un pestaggio che avviene davanti agli invitati. Sollecitato da Ada, Alfredo non fa nulla per sottrarre alla gragnuola di colpi l’amico, che viene salvato dal linciaggio soltanto dal provvidenziale intervento di un vagabondo (Allen Midgette) pronto ad assumersi la responsabilità dell’omicidio. Ottavio è scandalizzato dall’atteggiamento del nipote e, dopo averlo accusato davanti ad Ada di “essere diventato peggio di loro”, se ne va giurando di non mettere mai più piede a Villa Berlinghieri.

E’ passato altro tempo. Scagionato dalla testimonianza del vagabondo finito in prigione, Olmo ha iniziato il mestiere di norcino, e va in giro per la Bassa diffondendo la propaganda comunista, infondendo coraggio ai “paisani” rassegnati da troppi anni di regime. Ad accompagnarlo in questo suo peregrinare tra i macelli c’è la piccola figlia Anita, che va a prendere lezioni di scuola elementare a casa Berlinghieri, da Ada. La donna si è scoperta una vocazione da maestra e combatte la depressione incipiente con l’abuso di alcol. Dal canto suo, Alfredo si è ridotto a passare il proprio tempo giocando a biliardo con gli altri proprietari, mentre il fattore Attila manda avanti gli affari di famiglia.Tocca ad Alfredo l’ingrato compito d’incontrare i coniugi Pioppi, coppia di proprietari rovinata dall’avidità del padre, ai quali deve chiedere d’ipotecare la propria villa per pagare i loro debiti. Nel frattempo, la perfida Regina toglie all’alcolizzata Ada la possibilità di accedere alla cantina. E questo spinge la donna a casa di Olmo, accanto ad Anita e alla vecchia madre di lui, Rosina. A spiarla c’è Alfredo, invidioso di quella intimità che la moglie si è andata a cercare altrove.

Arriva la notte di Natale, e Ada, sempre più sconvolta, si rifugia in una vecchia osteria dove si ubriaca fino allo sfinimento, affrontando Alfredo che l’aggredisce rabbiosamente. A fare riconciliare la coppia è Neve, la popolana epilettica conosciuta da Alfredo e Olmo durante una scorribanda in città: è ascoltando le sue vicissitudini di donna rimasta sola che Alfredo e Ada si riscoprono uniti, convincendosi a fare un figlio.

Ma quella stessa notte Attila e Regina portano a compimento l’ennesimo piano sanguinario: trasformare Villa Pioppi nella loro nuova residenza. Invitati dall’ostile vedova, che li rinchiude nelle proprie stanze per vendicare  la morte del marito logorato dal ricatto dell’ipoteca, la coppia reagisce infilzando il corpo della donna sulle lance del cancello della villa dopo averla seviziata a morte.

Il cadavere della vedova Pioppi viene scorto da Alfredo e Ada mentre entrambi sono in auto, di ritorno a casa. La donna non regge alla vista dell’ennesima atrocità perpetrata dal duo criminale. Per questo pianta in asso il marito andandosi a rinchiudere, in preda allo smarrimento, dentro la propria stanza. In un primo momento, Alfredo va a cercarla a casa di Olmo, rivelando così all’amico incredulo la propria ridicola gelosia.

Passano gli anni. La coppia di concubini con prole, Attila e Regina, ha conquistato l’agognata rispettabilità piccolo borghese andando a vivere a Villa Pioppi, mentre il rapporto tra Alfredo e Ada si è irreversibilmente consumato.

L’episodio che determina un tragico giro di vite in quella comunità ha ancora una volta come scenario la corte antistante la casa dei Dalcò. Per un giorno Attila ha smesso la camicia nera e, in veste  di fattore dei Berlinghieri, espone orgogliosamente il nuovo trattore: il progresso vuole che dai cavalli a tiro si passi ai cavalli a vapore. Conquistato dall’euforia, di fronte ad alcuni contadini, annuncia di aver venduto cavalli e cavallaro, merda compresa, al camerata Baroni. Il cavallaro è presente a questa specie di umiliante vendita all’asta: si tratta di Olmo, in compagnia della figlia Anita (Anna Henkel). Quest’ultima guida la rivolta dei Dalcò al grido di “merda compresa”, e così Attila e Baroni vengono riempiti dalla testa ai piedi da un’autentica pioggia di sterco lanciata dai “paisani”.

La vendetta dei fascisti non si fa aspettare: Olmo e Anita sono costretti a fuggire sui monti a fare la Resistenza, mentre le camicie nere devastano la loro casa. Durante l’incursione, insieme ad alcune pubblicazioni “sovversive”, Attila scopre la pistola che Olmo aveva rubato nello studio di Giovanni Berlinghieri. Lo comunica trionfante ad Alfredo, il quale reagisce  fulminandolo con un sarcastico “Ce ne hai messo di tempo per ritrovarla!” e licenziando il fattore in camicia nera dall’azienda di famiglia.

La decisione del padrone nei riguardi dell’odiato Attila è arrivata però troppo tardi: quando Alfredo torna a casa, Ada è partita per sempre, dopo essersi fatta raccontare dalla cameriera Teresita la rivolta di Olmo e dei Dalcò.

L’ultimo atto della parabola criminale di Attila Melanchini e dei suoi camerati è il massacro a colpi di pistola di gran parte dei Dalcò all’interno del loro cascinale recintato, mentre alcune delle vittime fischiano “Bandiera Rossa” come estremo gesto di ribellione prima del martirio.

E finalmente arriva il 25 APRILE, GIORNO DELLA LIBERAZIONE.

Nella campagna in festa, Attila e Regina sono catturati da Anita e dalle altre contadine. Dopo essere stati malmenati a sangue, entrambi vengono rinchiusi nel porcile del cascinale dei Dalcò. Condotto al piccolo cimitero del paese, davanti alla tombe del giovane Patrizio Avanzini e della vedova Pioppi, il fascista Attila viene giustiziato con un colpo di pistola alla tempia, mentre Regina, rapata a zero come una collaborazionista, viene abbandonata all’ infelice destino che le spetta.

Intanto, sono arrivati gli sfollati dalle montagne e, insieme a loro, è tornato Olmo. Ora è possibile celebrare il processo al padrone Alfredo Berlinghieri. Nel cascinale, suonano le fisarmoniche e i paisani intonano “Bandiera rossa”, insieme ad altri canti popolari, sotto una grande tenda formata da molte bandiere cucite insieme e nascoste per anni.

Il giovane Leonida consegna a Olmo il prigioniero del popolo Alfredo per un processo collettivo nel quale vengono enumerati i capi d’imputazione riguardanti colpe vecchie e nuove. Alla fine, la sentenza è formulata da Olmo: “Alfredo non deve essere ammazzato per rimanere la prova vivente che il padrone è morto”.

E nel momento in cui viene tirata giù l’insegna dell’”Azienda Agricola Berlinghieri”, ecco sopraggiungere il camion dei rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale che chiedono ai Dalcò e agli altri contadini di consegnare tutte le armi in loro possesso ai carabinieri. La festa è finita, insieme alla speranza della rivoluzione armata. Ancora una volta è Olmo a convincere i suoi: “Anche se i fatti vorranno farci credere che il padrone è vivo, non dobbiamo crederlo! Perché noi l’abbiamo visto morto con i nostri occhi!”.

Quando tutti i liberatori abbandonano la corte, correndo per i campi appresso all’enorme bandiera rossa, davanti alla cascina dei Dalcò rimane il piccolo Leonida che, privato del fucile, non smette di piangere. Olmo vorrebbe consolare anche lui, ma interviene Alfredo che mormora stizzosamente: “Il padrone è vivo”. Olmo gli lascia fare pochi passi, poi lo afferra per le spalle. Comincia una lunga lotta fatta di spinte e di strattoni, una lotta che sembra interminabile…

… Fino all’epilogo ambientato decenni dopo: Olmo e Alfredo, vecchissimi, continuano la loro lotta con i gesti goffi e impacciati a cui li costringe l’età… Ad un certo punto, Olmo si siede accanto al palo telegrafico… Alfredo, come da bambino, va a stendersi sulle rotaie, e questa volta non per il lungo ma poggiando testa e piedi sui due binari, offrendosi come per un sacrificio…

Fino a quando arriva una vaporiera carica di bandiere rosse e passa sopra ad Alfredo Berlinghieri bambino che supera così, davanti all’amico Olmo, la sua prova di coraggio.

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