mercoledì, 18 ottobre 2017

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“Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città” di Italo Calvino – Prima edizione con le illustrazioni di Sergio Tofano

“Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città” di Italo Calvino – Prima edizione con le illustrazioni di Sergio Tofano

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Autore/i:  Italo Calvino

Tipologia:  Raccolta di racconti

Editore:  Einaudi, Collana "Libri per ragazzi", n.14

Origine:  Torino

Anno:  1963 (23 novembre)

Edizione:  Prima

Pagine:  128

Dimensioni:  cm. 24 x 17,6

Caratteristiche:  Legatura cartone illustrata da un disegno a colori di Sto (Sergio Tofano), titoli in nero. Con all'interno 23 illustrazioni a colori di Sto (Sergio Tofano) fuori testo

Note: 

Prima edizione di Marcovaldo, raccolta di 20 racconti di Italo Calvino pubblicata il 23 novembre 1963 da Einaudi nella collana “Libri per ragazzi” (n.14)  con 23 illustrazioni a colori di Sto (Sergio Tofano).

I primi sei racconti di Marcovaldo apparvero sull’«Unità» nel 1952-53. Altri tre vennero pubblicati fra il ’54 e il ’57 su vari periodici ( il «Caffè», il «Contemporaneo», il «Corriere d’Informazione»). Questi nove testi, più La panchina, vennero tutti inclusi nel volume dei Racconti del 1958. Lo stesso anno vide la luce il libro dell’Einaudi che raccoglie tutti i brani già editi, più 4 nuovi (Un sabato di sole, sabbia e sonno; La città tutta per lui; Il giardino dei gatti ostinati; I figli di Babbo Natale), per un totale di 20 racconti, suddivisi in 5 cicli stagionali, secondo uno schema conservato in tutte le successive edizioni. Nel 1966, Marcovaldo è stato riproposto da Einaudi nella collana «Letterature per la scuola media», con presentazione e note dell’autore; nel 1969 il volume è stato ammesso nella collezione “adulta” dei «Coralli» (n.257) e quindi nei «Nuovi Coralli» (n.44, 1973).

Nella GALLERY di questa scheda sono riprodotti alcuni disegni di Sergio Tofano e le note della prima edizione

 

NOTA SU MARCOVALDO

« (…) Composte nel corso di un decennio, queste novelle hanno seguito le trasformazioni dell’Italia del dopoguerra. Marcovaldo, sposato con Domitilla e padre di sei figlioli, è manovale, uomo di fatica, presso la ditta Sbav (che non si sa esattamente cosa produca, come non si sa quale sia la città dove si svolge l’azione). Nelle sue avventure di personaggio candido e chapliniano, la città, spazio del trionfo di un mondo artificiale, diventa il teatro della paradossale ricerca di frammenti di una naturalità perduta. Se il suo occhio poco adatto alla vita urbana scivola senza prenderne nota su semafori, vetrine, manifesti, non c’è la foglia ingiallita su un ramo o buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che egli non noti e non faccia “oggetto di ragionamento” sulla “miseria della sua esistenza”. Marcovaldo “vede quello che gli altri non vedono e non vede quello che gli altri vedono”, come ha notato Maria Corti. l’ambivalenza dell’ottica determina l’andamento dell’intreccio dei racconti, dove la lietezza e la carica d’energia trasmessa dalla scoperta di una minima traccia naturale (un piccione, dei funghi, un vespaio, un bosco), che a volte vive  solo nel desiderio di Marcovaldo, finisce spesso per capovolgersi in una delusione, in una sconfitta patita dal protagonista. Il finale pessimistico segnala come la nostalgia della natura si accompagni alla chiara coscienza che un semplice ritorno indietro, un abbandono della modernità industriale, non è possibile. Marcovaldo è lo strumento di una critica delle distorsioni del mondo urbano contemporaneo, non l’occasione per rimpiangere paradisi perduti. Nel contempo le sconfitte del protagonista non ne intaccano la vitalità: lo stato d’animo dominante nel libro è una malinconia attiva. Gli ultimi sei racconti, scritti nel 1963, sono contrassegnati da u rinnovamento tematico e strutturale. In essi Marcovaldo esplora e sperimenta il nuovo mondo del consumo: il supermarket, le campagne pubblicitarie sempre più invadenti e aggressive (i campioni omaggio, il lancio del “regalo distruttivo”). Al farsi più vasta e complessa della realtà industriale corrisponde un rafforzarsi dell’invenzione fantastica, dell’elemento surreale. Lo stile dell’opera è costruito su una serie di effetti di contrasto fra lirismo e prosaicità: a un tono rarefatto, quasi prezioso, si alterna un registro quotidiano e dimesso, così come ai personaggi, che svolgono funzioni comuni (di spazzino, magazziniere, guardia notturna), sono assegnati, con sorridente ironia, nomi elevati, di matrice medievale, cavalleresca (Amadigi, Viligelmo, Guendalina). »

(Bruno Falcetto, in Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi, Milano, Bompiani, 2005)

 

Sinossi: 

Primavera. Funghi in città

Marcovaldo scopre dei funghi cresciuti su una striscia d’aiuola di una strada cittadina. S’illude che quest’angolo di natura in città sia noto solamente a lui, ma poi, quando arriva finalmente il momento di raccogliere i funghi, scopre che altre persone lo hanno preceduto. Tra loro c’è Amadigi, uno spazzino occhialuto e spilungone che a Marcovaldo è antipatico. L’episodio è concluso da una corsa in ospedale: i funghi erano velenosi e i malcapitati rivali nella raccolta si ritrovano tutti accomunati da un identico destino.

Estate. La villeggiatura in panchina

Marcovaldo si sente soffocare nella sua angusta soffitta, dove l’intera famiglia dorme raggruppata in un angolo. Nota la panchina nel giardinetto pubblico sotto casa e questa lo fa sognare: si immagina quanto sia fresco e riposante, per lui, dormire da solo lì. E quando arriva una notte particolarmente afosa, egli afferra il suo guanciale per l’impresa. Ma la panchina è occupata da una coppia intenta a litigare e a lui non resta che attendere di conquistare il posto agognato. Una volta disteso sulla panchina, a Marcovaldo non riesce di prendere sonno: profumi conturbanti e puzze inconsuete lo tengono sveglio, insieme ai rumori della notte. E anche quando riesce ad addormentarsi, si risveglia all’alba pieno di dolori alla schiena e al fianco, con i quali dovrà convivere recandosi al lavoro.

Autunno. Il piccione comunale

Ridotto alla fame, Marcovaldo cerca di catturare delle beccacce sparpagliando della carta moschicida sul terrazzo del condominio. Riuscirà solamente a catturare un povero piccione comunale e, come se non bastasse, dovrà rendere conto di questa sua anomala caccia all’amministratrice.

Inverno. La città smarrita nella neve

In città è caduta la neve. Marcovaldo è incaricato di spalare il cortile antistante la ditta dove lavora. Per lui la neve è un elemento amico, capace di annullare tutte le gabbie di cemento in cui è imprigionata la sua esistenza quotidiana. E allora Marcovaldo, guidato dal suo estro, comincia a creare con la neve una serie di strade. Ma poi è trasformato in un pupazzo di neve da un carico ghiacciato di tre quintali che gli piomba addosso dalle tegole, e da questa disavventura esce gonfio e intasato dal raffreddore. È un suo poderoso starnuto, che provoca una tromba d’aria, a risucchiare tutto l’ingombro nevoso, e così il cortile si ripresenta con le cose di tutti i giorni, spigolose ed ostili.

Primavera. La cura delle vespe

Da un ritaglio di giornale usato per incartare un panino, Marcovaldo apprende come sia possibile curare i reumatismi col veleno d’api. In città gli alveari scarseggiano e così Marcovaldo  manda i figli a catturare un buon numero di vespe, credendo che l’effetto sia lo stesso, e poi allestisce in casa un ambulatorio medico facendo sapere in giro della cura portentosa in suo possesso. Ma a causa dell’imprudenza del figlio Michelino, che viene inseguito fino a casa da un nugolo di vespe inferocite, tutta la famiglia finirà all’ospedale.

Estate. Un sabato di sole, sabbia e sonno

In un weekend assolato, Marcovaldo si reca sulle rive di un fiume assieme ai figli. La gita gli è utile per provvedere ai propri reumatismi con delle sabbiature. I figli muoiono dalla voglia di fare un bagno. Marcovaldo, disteso in un barcone, li richiama perché lo ricoprano con sabbia, lasciandogli solo il viso scoperto. Sciolti gli ormeggi,  Marcovaldo si ritrova a navigare per il fiume sotto il sole cogente. Il suo barcone affronta una rapida e poi atterra su una massa di bagnanti con salvagenti, canotti, ciambelle e materassini.

Autunno. La pietanziera

Per la pausa di mezzogiorno, Marcovaldo è solito portarsi il cibo da casa in una pietanziera. Ogni volta che svita quel coperchio a lui viene l’acquolina in bocca pensando a quello che potrebbe contenere la pietanziera, ma ogni volta scopre con delusione che la moglie Domitilla gli ha preparato gli avanzi della sera precedente. Domitilla ha comprato una gran quantità di salsicce e così Marcovaldo se le ritrova nella pietanziera per tre giorni di seguito. Stufo di quel cibo, egli decide di barattarlo con quello di un bambino: cervello fritto. Marcovaldo sta per assaporare quella prelibata novità quando arriva la governante del bambino che ne pretende la restituzione. A Marcovaldo non resta che raccogliere la pietanziera gettata via dalla governante e ritornare digiuno al lavoro.

Inverno. Il bosco sull’autostrada

Una sera d’inverno molto fredda, a casa di Marcovaldo viene a mancare la legna per la stufa. Marcovaldo decide di uscire per procurarsene qualche fascia ma in città è difficile reperire della legna. Al suo ritorno a casa, l’uomo trova il caminetto funzionante: i figli, usciti anch’essi per cercare legna, hanno trovato dei cartelli pubblicitari e li hanno scambiati per alberi dato che, essendo nati in città, ignorano che cosa sia un bosco vero. Seguendo le indicazioni dei figli, Marcovaldo comincia a tagliare con la sega uno dei cartelloni ma viene sorpreso dall’agente Astolfo.

Primavera. L’aria buona

Il dottore dice che i bambini di Marcovaldo hanno bisogno di respirare un po’ d’aria salubre, possibilmente a una certa altezza, tra il verde dei prati. Sulla collina situata alla periferia della città, l’aria è certamente più respirabile. Vista da quella prospettiva, a Marcovaldo l’agglomerato urbano appare triste e plumbeo. Ma poi, parlando con alcuni degenti del sanatorio che sta sulla collina, Marcovaldo capisce come essi invece desidererebbero abitare in città, non potendoci tornare a causa del loro precario stato di salute.

Estate. Un viaggio con le mucche

L’estate in città è particolarmente afosa e Marcovaldo, non riuscendo a dormire nella soffitta troppo angusta in cui vive con tutta la famiglia, ascolta i rumori notturni della città. La finestra è aperta, e il suo orecchio sensibile capta, nei rumori ovattati dei rari passanti, un sentore di solitudine umana. Marcovaldo si sente solidale nei confronti di chi, come lui, sogna di evadere dall’oppressione urbana, alleviando così il peso di una condizione economica disagiata. Ed ecco che un suono di campane, un latrato di un cane, un rumore che assomiglia a un muggito, accendono la sua curiosità. Accompagnato dai figli, Marcovaldo si precipita in strada per assistere a un evento inusuale: una mandria di mucche sta attraversando la strada, guidata da alcuni pastori verso le montagne. Solo di notte può accadere un fatto così anomalo dentro la città industriale che, di giorno, è soffocata, oltre che dal cemento, dai fumi insalubri della quotidianità caotica. Michelino, il più grande dei figli di Marcovaldo, sfugge al padre per inseguire quelli che per lui sono curiosi animali. Nei giorni successivi, Marcovaldo viene a sapere che il figlio smarrito sta bene e trascorre le sue giornate sulle montagne. A Marcovaldo viene quasi d’ invidiare Michelino, immaginando il figlio disteso sui prati, cullato dalla natura generosamente prodiga di armonia e serenità. Quando però Michelino ritorna a casa, Marcovaldo apprende da lui come la vita contadina sia altrettanto dura di quella urbana, dominata dalla fatica e dallo sfruttamento del lavoro che spegne ogni ardore e ogni possibilità di contemplazione di una natura che, in fin dei conti, si rivela avara.

Autunno. Il coniglio velenoso

In un ospedale Marcovaldo ruba un coniglio ignorando che è contaminato da un virus. Mentre medici e poliziotti lo cercano per avvertirlo del pericolo, Marcovaldo pensa d’ingrassare la sua preda in vista del pranzo di Natale o di metterlo in allevamento. Nel frattempo il coniglio scappa e si aggira sui tetti disorientato, diventando preda di chi se lo vuole mangiare e, quando viene dato l’allarme, di quelli che lo ritengono pericoloso e vogliono accopparlo. Decide allora di farla finita, si lascia cadere da un tetto ma finisce dritto tra le mani di un pompiere. Caricato sull’ambulanza, il coniglio si ritrova in compagnia di Marcovaldo, sua moglie e i suoi figlioli, ai quali è stata imposta una terapia di vaccini in ospedale.

Inverno. La fermata sbagliata

A Marcovaldo piacciono i film. Una sera, uscendo da un cinema, si trova immerso in una nebbia fittissima. Va alla fermata del tram e prende il numero 30. Scende dalla vettura quando crede di essere arrivato ma ha sbagliato la fermata. Comincia a camminare, è immerso nella nebbia e non riconosce niente. Dopo essersi ubriacato in un’osteria mentre cerca di chiedere informazioni, arriva in un luogo dove alcuni potentissimi fari stanno sul terreno e lì s’imbatte in uno strano autobus dotato di scaletta. Non è un autobus: è un aereo diretto a Bombay, Calcutta e Singapore!

Primavera. Dov’è più azzurro il fiume

 Deciso a consumare d’ora in poi, insieme alla sua famiglia, cibi non contaminati e immuni da ogni speculazione di mercato, Marcovaldo si mette alla ricerca di un luogo dove l’acqua non sia inquinata e dove i pesci siano sani. Lungo un fiume vicino al suo posto di lavoro, la cui acqua pare azzurrissima e incontaminata, egli scorge degli uomini intenti a pescare. Si decide a emularli e la mattina presto va al fiume e pesca molte tinche. Sulla strada del ritorno, viene però fermato da una guardia che gli impone di ributtare in acqua i pesci perché il fiume è inquinato dalle vicine fabbriche di vernice: ecco perché l’azzurro di quell’acqua sembrava così vivo!  Marcovaldo rovescia la sporta piena di pesci nel fiume. Qualche tinca, ancora viva, guizza via tutta contenta.

Estate. Luna e Gnac

Marcovaldo e la sua famiglia vivono i colori della notte a intermittenza: venti secondi al chiaro di luna, alla ricerca di costellazioni, e venti secondi al neon fosforescente dell’insegna pubblicitaria della Spaak-Cognac. Una sera, mentre Marcovaldo cerca di illustrare ai figli le varie costellazioni, Filippetto si arma di fionda e sassolini: con una sola raffica neutralizza quella luce artificiale. Passano venti secondi, l’insegna della Spaak-Co non si accende e tutta la famiglia viene proiettata nello spazio buio e infinito, nella notte che è veramente notte. Ma questa condizione ideale dura molto poco: la mattina del secondo giorno arrivano gli elettricisti. Nel frattempo, alla mansarda di Marcovaldo si presenta un agente pubblicitario, il dottor Godifredo, che dichiara di lavorare per la principale concorrente della Spaak, la Cognac-Tomawak. E così Marcovaldo firma un contratto che prevede la distruzione, da parte dei suoi figli, dell’insegna rivale ogni volta che questa venga riparata. Travolta dai debiti per le continue riparazioni, la Spaak-Co fallisce. La luna torna a splendere nel cielo di Marcovaldo fino a quando non arrivano gli elettricisti per montare la nuova insegna della “Cognac-Tomawak”, a sancire la vittoria della luce artificiale su quella naturale. Ora le notti di Marcovaldo durano solo due secondi, a intermittenza.

Autunno. La pioggia e le foglie

Marcovaldo si prende cura di una piantina posta nell’atrio della ditta in cui lavora e, per non trascurarla, la porta a casa. Giorno dopo giorno, egli attraversa la città con la piantina sul cestino della sua bicicletta. Insegue le nuvole, perché ha notato come la pioggia faccia crescere la sua piantina che infatti, nel giro di una settimana, diventa quasi un albero. È ormai talmente grande da risultare ingombrante nell’ingresso della ditta, e così Marcovaldo decide di restituirla al vivaio in cambio di una pianta più piccola. Ricomincia la sua corsa per la città senza decidersi ad imboccare la strada del vivaio.Cessata la pioggia, la pianta è sfinita per la troppa acqua piovana. Ad una ad una lascia cadere le sue foglie che ingialliscono senza che Marcovaldo se ne accorga. Quando finisce la corsa, Marcovaldo si rende conto che della pianta non resta che un tronco privo di foglie.

Inverno. Marcovaldo al supermarket

Ogni giorno dopo il lavoro, Marcovaldo si reca con tutta la famiglia al supermarket ma, non avendo soldi, si limita a girare per i reparti senza comprare nulla. Durante una delle peregrinazioni, a Marcovaldo e ai suoi viene l’impulso di riempire il carrello solo per il gusto di averlo pieno. Quando viene annunciata l’ imminente chiusura del supermarket, la famiglia si precipita a svuotare i carrelli. Ma la tentazione di tenerli pieni è troppo forte e così più li svuotano e più li riempiono. Arriva la chiusura e Marcovaldo nota che in una parte del supermarket sono in corso lavori di ampliamento: per evitare altre tentazioni, non resta che vuotare i carrelli nella benna di una gru.

Primavera. Fumo, vento e bolle di sapone

Ogni giorno il postino recapita un mucchio di lettere nelle cassette del condominio dove abita Marcovaldo. Per lui però non c’è posta perché nessuno gli scrive mai: se non fosse ogni tanto per un’ingiunzione di pagamento della luce o del gas, la sua cassetta non servirebbe proprio a niente. Tra i mucchi di posta altrui campeggiano i buoni pubblicitari dei detersivi che danno il diritto di ritirare campioni gratuiti. I figli di Marcovaldo pensano di arricchirsi accaparrandoseli tutti per poi rivenderli. Ma l’operazione si rivela fallimentare: la trasformazione dei buoni in merce va per le lunghe. A casa di Marcovaldo si accumulano i detersivi. Tra gli incaricati delle ditte inoltre non tarda a spargersi la voce dell’esistenza di una concorrenza sleale. Da un momento all’altro il detersivo diventa pericoloso come dinamite e per sbarazzarsene i bambini gettano la polvere nel fiume. Il sapone, sciogliendosi, diventa schiuma che, sotto l’azione del vento, libera bolle di sapone nell’aria, le quali a loro volta si confondono col fumo nero delle ciminiere. Poi le bolle svaniscono e non resta che il nero.

Estate. La città tutta per lui

Ad agosto l’intera città si svuota perché nessuno le vuole più bene, tranne Marcovaldo. Per lui l’esodo dei concittadini in vacanza  è l’occasione  di riscoprire una città diversa dove si può camminare per le strade sgombre ed è possibile attraversare col rosso. Una domenica d’agosto Marcovaldo si rende conto che le strade sembrano occupate da abitanti sconosciuti: le formiche, ad esempio, che lui segue mentre procedono in fila oppure un calabrone di cui è bello ammirare il volo. Marcovaldo capisce che il piacere non è tanto fare tutte quelle cose insolite, quanto il vedere tutto in un altro modo: le vie come fondovalli, o letti di fiumi in secca, le case come blocchi di montagne scoscese, o pareti di scogliera. Ma poi si imbatte in una troupe che gira un servizio giornalistico. A Marcovaldo sembra, per un momento, che la città d’agosto sia ritornata ad essere la stessa di tutti i giorni, ben diversa da quella intravista o solamente sognata .

Autunno. Il giardino dei gatti ostinati

C’è una città dei gatti dentro la città degli uomini. Una volta le due città coincidevano perché uomini e gatti usavano gli stessi itinerari, ma oggi i gatti sono costretti a muoversi negli angusti spazi lasciati liberi dal traffico caotico. Marcovaldo è amico di tutti i gatti che incontra e riesce ad intuire legami, intrighi e rivalità tra loro. Un suo “amico soriano” lo porta alla scoperta di un grande ristorante. Trascurando gli inviti del gatto che vuole guidarlo verso la cucina, Marcovaldo vede che al centro del salone c’è una peschiera dove nuotano le trote che dovranno essere cucinate. E allora getta una lenza, cattura una trota ma il soriano lo acchiappa in un baleno e fugge via. Inseguendo il gatto, Marcovaldo giunge fino al giardino di un’antica casa in rovina e piena di gatti. Quando bussa, nella speranza di riavere la trota, la vecchia padrona della casa si rifiuta di restituirgli alcunché, dicendogli pure che lei vorrebbe vendere la propria abitazione ma che i compratori sono spaventati dalla presenza di tutti quei gatti che si sono rifugiati da lei. Marcovaldo desiste e torna al lavoro. L’inverno successivo, i miagolii dei gatti attirano l’attenzione dei passanti: la vecchietta è morta. La primavera successiva iniziano i lavori per la costruzione di un moderno palazzo al posto della vecchia casa, ma i lavori sono continuamente ostacolati dai gatti e dagli altri animali della zona, che sembrano opporsi all’avanzare del cemento, a difesa del loro ultimo luogo di ritrovo.

Inverno. I figli di Babbo Natale

Per incarico della Sbav, a Marcovaldo tocca per le feste di girare porta a porta vestito da Babbo Natale. Anche quest’anno non esita a compiere il suo giro per distribuire regali, accompagnato dal figlio Michelino che è deciso a rendere felice un bambino povero. Dopo aver fatto visita al figlio di un noto industriale, viziato e tanto ricco quanto solo e triste, Michelino, non avendo ben chiaro il concetto di bambino povero, ne riconosce uno in lui, e così gli regala un martello, un tirasassi e dei fiammiferi. Eccitato dai doni, il bimbo ricco inizia a distruggere con gioia tutta la sua ricca casa. Il giorno dopo Marcovaldo si presenta al lavoro temendo di essere licenziato in tronco per l’accaduto, e invece viene a sapere che l’industriale padre del bambino viziato è rimasto fortemente colpito da quei regali, gli unici in grado di far divertire suo figlio. Il giorno stesso la Sbav cambia il tipo di produzione lanciando il «regalo distruttivo», che tra l’altro ha anche il pregio di distruggere altri oggetti «accelerando il ritmo dei consumi e vivacizzando il mercato».

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