mercoledì, 18 ottobre 2017

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L’entrata in guerra. Racconti di Italo Calvino – Prima edizione Einaudi 1954

L’entrata in guerra. Racconti di Italo Calvino – Prima edizione Einaudi 1954

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Autore/i:  Italo Calvino

Tipologia:  Raccolta di racconti

Editore:  Einaudi, Collana "I gettoni", n. 27

Origine:  Torino

Anno:  1954 (25 maggio)

Edizione:  Prima

Pagine:  114

Dimensioni:  cm. 20 x 13,5

Caratteristiche:  Brossura a 2 colori (grafica di Albe Steiner) con fregio editoriale

Note: 

Prima edizione di L’entrata in guerra, raccolta di racconti di Italo Calvino. Il volume è il n.27 della collana «I gettoni» (collezione di letteratura diretta da Elio Vittorini) della Einaudi. Finito di stampare dalla Tipografia Garbolino di Torino il 25 maggio 1954.

Dei tre racconti che compongono il volume, due erano già apparsi in rivista: Gli avanguardisti a Mentone  su «Nuovi Argomenti», il bimestrale letterario di Moravia e Carocci (2, maggio-giungno 1953), L’entrata in guerra sul «Ponte» di Piero Calamandrei (8-9, agosto-settembre 1953). Ad essi si aggiunge l’inedito Le notti dell’UNPA. I tre testi vengono poi ristampati nella sezione Le memorie difficili dei Racconti (1958); non hanno un titolo complessivo, ma uno stacco grafico li distingue nell’indice dagli altri brani della sezione.

« Ecco Calvino a un quarto libro. Il primo fu Il sentiero dei nidi di ragno, subito dopo la guerra, un romanzo. Secondo Ultimo viene il corvo, un mazzo di racconti che in parte parvero spontanei e selvatici, dei fiori di campo, e in parte un po’ sforzati o comunque coltivati, dei fiori di serra. Terzo fu l’estroso racconto lungo del Visconte dimezzato, felice anche se non privo di qualche stridore meccanico. Appunto a proposito del Visconte noi scrivemmo: «Calvino ha interessi che lo portano in più direzioni, la sintesi delle quali può prendere forma sia in un senso di realismo a carica fiabesca sia in un senso di fiaba a carica realistica». Con questo quarto libro è in senso di realismo a carica fiabesca che Calvino rimette in movimento i propri interessi e li riordina e concerta. Ma per fare, pur senza parere, un nuovo passo in avanti. Poiché, almeno in uno dei tre anelli di cui la catena narrativa del libro è composta, e cioè nella Storia degli Avanguardisti a Mentone, egli ha saputo risolvere interamente in realtà anche i bagliori e il fumo della sua memoria. Avrà acquistato insieme la capacità di risolvere interamente in bagliori e fumo i dati reali da cui muove quando scrive le fiabe? Ad ogni modo il suo racconto su Mentone è forse il più maturo che la generazione di Calvino ci abbia dato finora ».

( Elio Vittorini, Nota al risvolto di questa edizione )

« Questo libro tratta insieme d’un trapasso d’adolescenza in gioventù e d’un trapasso di pace in guerra: come già per moltissimi, per il protagonista del libro “entrata nella vita” e “entrata in guerra” coincidono. Qui la guerra è una cosa di cui ancora poco si sa: sono i primi tempi dell’intervento italiano in quello che si dirà il secondo conflitto mondiale; e il protagonista è un ragazzo sotto vari riguardi privilegiato, sottratto al dramma dei problemi urgenti, e che – forse proprio per questo – poco sa ancora di se stesso. Ma i fatti narrati già contengono prefigurata e implicita in sé molta parte di futuro; e già in essi opera, col suo ritmo discontinuo, l’eterna interferenza tra le spinte della storia collettiva e il maturarsi delle singole coscienze. È appunto il lavoro della coscienza, i suoi non facili acquisti morali che qui si sono voluti rappresentare dell’adolescenza; e questo forse non senza una sottintesa polemica con l’immagine dell’adolescenza più consueta nelle lettere  moderne. Era tema da romanzo, non fosse stato per quella necessità di noi contemporanei – metodo o limite che sia – di scrivere isolando un particolare aspetto per studiarlo fino in fondo; così il libro si è venuto organizzando in tre narrazioni, che hanno in comune protagonista epoca ambiente e più o meno il dosaggio della mistura memoria-fantasia, ma hanno ciascuna svolgimento indipendente e si modulano ciascuna su un suo stato d’animo e un suo ritmo. Non è mettendole una vicina all’altra – si sa– che le si può trasformare in romanzo. Perciò si è preferito, anziché seguire l’ordine cronologico dei fatti narrati, lasciare i tre racconti nell’ordine in cui sono stati scritti, che è pure quello in cui meglio si situa la carica poetica di ciascuno: il racconto più suggestivo e baldanzoso e sincero per primo, il più compatito e moralistico per secondo, e il più compromesso tra gioco e sentimento per ultimo. Il libro può essere considerato anche – per usare un’immagine guerresca consona alla sua materia – come un’incursione che l’autore ha compiuto nel territorio, a lui fondamentalmente straniero, della “letteratura della memoria”, per misurarsi – da avversario che non teme gli scontri corpo a corpo – col lirismo autobiografico, e cercare anche laggiù le vie di quella narrativa di moralità e di avventura che gli sta a cuore. Come chiunque compie incursioni, egli si augura di tornare carico di bottino, non di arricchire delle sue spoglie l’avversario ».

(Italo Calvino, Scheda dattiloscritta, in Italo Calvino – Romanzi e Racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, Volume I, Milano, Mondadori, I Meridiani, 1991)

Sinossi: 

 

INDICE DEL VOLUME 

 

Racconti:

GLI AVANGUARDISTI A MENTONE 

L’io narrante è lo stesso Calvino diciassettenne.  Nel settembre del 1940, nella natia Sanremo, egli incontra, vicino alla Casa del Fascio, «certi maestri che cercano avanguardisti» per una gita a Mentone dove sta per arrivare una legione di giovani falangisti della Spagna a cui «dover prestare servizio d’onore». A quell’epoca, Mentone era da poco stata conquistata sottraendola alla nemica Francia e costituiva la nuova cittadina di frontiera. Il giovane, fino ad allora restio a indossare la divisa, riesce a convincere l’amico Biancone  a partecipare al progetto. Guidati dal centurione Bizantini, un meridionale professore di ginnastica, e infervorati dall’atmosfera goliardica che esalta la retorica fascista, i giovani si ritrovano in una città evacuata e proseguono un saccheggio delle poche cose rimaste nelle case abbandonate. Da un iniziale senso di disagio provocato dall’appropriarsi di cose altrui, si passa all’esaltazione del predatore. Solo l’io narrante si sottrae alla generale prova di ardimento, forza e prepotenza, a costo di passare da vigliacco: «E io ora trepidavo d’eccitazione: ero l’unico, l’unico fra tutti a non aver preso niente, l’unico che non avrebbe preso niente, che sarebbe tornato a casa a mani vuote! Non era che io fossi un tipo meno pronto e sveglio degli altri, come fino a poco prima dubitavo: il mio era un contegno coraggioso, quasi eroico! Ero io a esaltarmi, ora, più di loro». E più avanti riflette: « Ero inadatto a vivere nel fascismo, ma il fascismo avrebbe vinto; le guerre le vincevano i peggiori». Arrivato con gli altri alla meta, dopo aver visto sfilare i falangisti, il protagonista si prepara malinconicamente al ritorno: «C’era la guerra, e tutti ne eravamo presi, e ormai sapevo che avrebbe deciso delle nostre vite. Della mia vita; e non sapevo come».

 

♦ L’ ENTRATA IN GUERRA

«Il 10 giugno del 1940 era una giornata nuvolosa. Erano tempi che non avevamo voglia di niente». Nel giorno fatidico dell’entrata in guerra, il protagonista va a mare con l’amico Jerry  Ostero, giovane nobile piemontese che è un fervente antifascista. I due sono accompagnati da una ragazza biondastra, figlia di un gerarca, che Ostero riesce a baciare. Nel pomeriggio, quando la dichiarazione di guerra era stata proclamata, ai due si unisce Filiberto Ostero, fratello di Jerry, un ufficiale in licenza, ancora incerto se raggiungere il fronte in anticipo. Il giorno dopo c’è il primo allarme aereo e in serata, a Sanremo, cade una bomba vicino al casinò, mentre al teatro è in corso una recita della compagnia di Rosina Anselmi. All’arrivo dei profughi in città, il protagonista si ritrova a dare una mano agli addetti alla Croce Rossa, soccorrendo un vecchio paralitico e distribuendo minestre, sollecitato dal maggiore meridionale Criscuolo. Tornando a casa, gli capita d’imbattersi in un’auto scoperta di passaggio a bordo della quale, vicino a certi generali, c’è Mussolini che va a ispezionare il fronte: «C’era la guerra, la guerra fatta da lui, e lui era in macchina coi generali; aveva una divisa nuova, passava le giornate più attive e trafelate, traversava di corsa i paesi riconosciuto dalla gente, in quelle sere estive. E come in un gioco, cercava solo la complicità degli altri, poca cosa, tanto che quasi s’era tentati di concedergliela, per non guastargli la festa, tanto che quasi si sentiva una punta di rimorso, a sapersi più adulti di lui, a non stare al gioco».

 

LE NOTTI DELL’UNPA

«Ero un ragazzo tardo; a sedici anni, per l’età che avevo ero piuttosto indietro in molte cose. Poi, improvvisamente, nell’estate del ’40, scrissi una commedia in tre atti, ebbi un amore, e imparai ad andare in bicicletta. Ma non avevo ancora passato una notte fuor di casa, quando venne la disposizione che durante le vacanze gli allievi del liceo prestassero servizio notturno nell’UNPA una volta la settimana ». Come nei due racconti precedenti, l’io narrante è lo stesso Calvino. E il coprotagonista è lo stesso Biancone che compare in Gli avanguardisti a Mentone, l’amico più navigato e disinibito che accompagna l’altro alla scoperta della notte. Il compito dei due ragazzi, come degli altri chiamati dall’UNPA (la protezione antiaerea), è quello di tutelare gli edifici scolastici. E così la notte trascorre tra lazzi all’interno delle aule da perlustrare (indossando maschere antigas ed elmetti) e altri giochi (come gli «scherzi da oscuramento») consumati  dopo la mezzanotte, «in un tiepido buio senza stelle e senza vento» tra i due amici e Palladiani, un loro coetaneo che ha l’aspetto pallido di un «giovanotto invecchiato». Quando i ragazzi, «pieni di curiosità e di smanie» si recano alla casa d’una certa Meri-meri, nella strada delle prostitute, il protagonista rinuncia all’incontro sessuale, perdendosi nella notte finché non suona l’allarme aereo. Non gli resta che rifugiarsi nella scuola e poi a casa. Qui lo raggiunge l’amico Biancone. È l’alba quando i due riescono finalmente a prendere sonno.

 

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