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Il primo Brancati nell’Almanacco degli scrittori

Il primo Brancati nell’Almanacco degli scrittori

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  31 maggio 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Era il 29 maggio del 1932 quando l’attivissima Scuola tipografica del “Boccone del Povero” diede alle stampe “Almanacco degli scrittori di Sicilia”, un’antologia della letteratura isolana nata, a detta del suo curatore Luca Pignato, «per un equivoco fecondo di delizie», in occasione della fiera organizzata dalla Delegazione dell’Alleanza del libro di Palermo. Più che di un frantoio criticamente meditato, si tratta di un catalogo in brossura, privo d’illustrazioni e collazionato in dieci giorni. Nella sua ironica postfazione, il poliedrico letterato di Caltanissetta si lamenta di tanta frettolosità per quella mostra di primati all’incanto, rilevando come in Sicilia ci fossero (pure a quei tempi!) «più scrittori che briganti» e che, di conseguenza, in molti avrebbero giudicato il suo almanacco incompleto solo perché non vi avrebbero trovato il loro nome. Non si pensi però che questa sommaria antologia di 50 autori sia stata composta con metodo da MinCulPop: il fatto che non vi siano compresi brani di Borgese o di Pirandello fu dovuto solamente al loro status di autori già affermati, non bisognosi dunque di far parte di questo promozionale «elenco di provincia» intenzionato a offrire «lo specchio cronachistico della vita intellettuale siciliana». E così, accanto ai versi di Giardina e Sciortino, e alle prose critiche di Biondolillo e Mignosi, troviamo in quelle pagine una preziosa “allegoria” del Savarese rondista, “Il raccolto”, accanto a un brano dell’esordiente Brancati romanziere di “L’amico del vincitore”, edito in quello stesso 1932 da Ceschina. In quell’opera prima,”in seguito abiurata e mai ristampata, l’allora 25enne scrittore di Pachino svelò la friabilità del proprio credo mussoliniano con una storia di rivalità tra l’autobiografico protagonista Pietro Dellini, in preda a vane aspirazioni dannunziane, e il protervo coetaneo Giovanni Corda, personaggio che evoca il duce in erba, bocciato a scuola e promosso dalla vita come caporione di un immaginario e allusivo partito “bontarista” destinato al potere.

Dell’acerbo romanzo che, a detta di Sciascia, segnò il «suicidio del Brancati che voleva essere fascista», Pignato antologizzò l’ombroso capitolo della vacanza siciliana di Pietro dove la morte dei propri avi si fa presagio di disillusione esistenziale. Per quei tempi contrassegnati dal motto “libro e moschetto” fu una scelta tendenziosa, che già indicava la vocazione “disfattista” e l’imminente conversione del futuro fustigatore del “Vecchio con gli stivali”.

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