mercoledì, 22 maggio 2019

Umberto Cantone L'occhio di HAL – Archivio della collezione e degli scritti di Umberto Cantone

Home » Press » Franco Ferrara, il palermitano che cadeva dal podio
Franco Ferrara, il palermitano che cadeva dal podio

Franco Ferrara, il palermitano che cadeva dal podio

Print Friendly

Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  14 dicembre 2013

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

A settantacinque anni, Franco Ferrara si recò a Venezia per ricevere il premio “Una vita per la musica”. Sul proscenio del Gran Teatro La Fenice, per condividere con lui l’onorificenza, c’era il suo affermato coetaneo Gianandrea Gavazzeni.  Tra i giovani orchestrali, pronti a eseguire i brani previsti, alcuni si domandarono a voce alta chi fosse quell’anziano scavato dall’ictus che si nascondeva timidamente alle spalle dell’insigne decano della musica, rimanendo poi fulminati dalla risposta lapidaria dei navigati colleghi: “E’ il più grande di tutti”. Cinque giorni dopo quella cerimonia, il 6 settembre 1985, Ferrara fu colpito da un infarto fatale. Che quel segaligno gentiluomo siciliano avrebbe potuto essere il più grande direttore d’orchestra della sua generazione, e forse di tutti i tempi, lo ammisero innanzi tutto giganti riconosciuti come von Karajan e Bernstein, assieme all’estroso Celibidache, che quando lui sedeva in sala a seguire una loro esecuzione s’inquietavano temendo il suo implacabile giudizio. Come ci racconta “Il Maestro caduto dal podio”, il bel docufilm di Anton Giulio Onofri (recentemente in onda sul canale “Classica HD” ) che ne traccia la singolare parabola esistenziale, il “mistero doloroso” di Franco Ferrara consisteva tutto in quell’“avrebbe potuto essere”, nella natura insondabile del male oscuro che condizionò la sua vita. Si sviluppò precocemente il talento di questo palermitano del 1911, trasferitosi giovanissimo prima a Bologna e poi a Roma e a Firenze per intraprendere una brillante carriera da esecutore (fu primo violoncello di fila dell’orchestra del Maggio Musicale), in seguito chiamato sul podio a dirigere formidabili ensemble a Berlino, Dresda, Budapest, Bucarest e, in Italia, al Teatro Regio, al Carlo Felice, all’Adriano, alla Scala e, più volte, al Teatro Massimo della sua città natale. Fra le tante magistrali direzioni, il film di Onofri propone come esemplare quella della sinfonia verdiana de “La forza del destino”, sottoposta all’ascolto del conductor sir Antonio Pappano che ne rileva la magnifica potenza espressiva: la tenerezza dell’oboe, la morbidezza degli ottoni, la furia degli archi, la tensione dei legati, il magico sfumare dei pianissimi, la melodia trattata come fosse un canto. Un rigore vitale, un miracolo di emozione e precisione in quel fraseggiare totalizzante. Adesione fisiologica alla partitura, musica che si fa parola: il miracolo del Ferrara touch era capace di trasformare in epifania ogni esecuzione, ogni singola nota di Brahms o di Rossini in un diamante purissimo. Fino a quel maledetto giorno del 1948, quando egli depose la bacchetta davanti alla sua orchestra costernata: “Signori, non arrivederci, addio: è finita per me. Niente più concerti”. La sindrome del Maestro si manifestò sul podio per la prima volta il 3 aprile del 1940 al Teatro Adriano: un mancamento, una scossa, uno schianto, non uno svenimento ma un precipitare irrigidito a occhi aperti, come un albero segato. Il fenomeno si ripeté più volte fino alla data dell’abbandono. Numerosi furono i tentativi di fornire una diagnosi scientifica della malattia: Ferrara subì molti elettroencefalogrammi e persino un elettroshock, ma non ebbe alcuna risposta. Non era organica la natura del suo male. Qualcuno azzardò la metafora della lampadina da 200 watt a cui si dà una scarica da 2000 e quella esplode. Sembrava che la musica gli tracimasse dentro e lo soffocasse. Non era l’effetto di una banale ansia da prestazione, psichicamente il suo cul de sac somigliava a quello del protagonista di Thomas Bernhard ne “Il soccombente”, un nevrotico smarrimento di fronte a un desiderio di perfezione frustrato. Eppure molti testimoni definiscono perfette le sue direzioni: “Possedeva un istinto musicale quasi magico, era come se ipnotizzasse i professori d’orchestra, e mandava in visibilio il pubblico”- ricorda il suo amico musicologo Roman Vlad. Nessuna diagnosi certa e, di conseguenza, nessuna cura. Col senno di poi, possiamo solamente supporre che le sue cadute scaturirono da un’eccedenza di genio, da un vertiginoso imperativo interiore: “La sua malattia era puramente e semplicemente la musica. Era troppo musicista”- scrisse una volta di lui Teodoro Celli. Quando abbandonò il podio, Ferrara decise di dedicarsi all’insegnamento prima al romano Conservatorio di Santa Cecilia, poi dal 1966 all’Accademia Musicale Chigiana e, dieci anni dopo, al Teatro La Fenice. Oggi non c’è direttore d’orchestra che non si dichiari suo allievo devoto, considerandolo più un educatore che un insegnante. Ai suoi discepoli imponeva una disciplina ferrea, anche se  la sua severità aveva una qualità diversa da quella implacabile del padre che lo costringeva da bambino, ogni pomeriggio dell’anno (pure a Ferragosto), a ripetere la lezione del giorno, minacciando che se avesse sbagliato solo un accordo né lui né i suoi fratelli avrebbero mangiato a cena (è il suo allievo Gabriele Ferro a raccontare, nel film, l’impressionante aneddoto). Forse è questo cupo ricordo adolescenziale che lo spinse a incitare i colleghi neofiti perché cercassero sempre, nell’esattezza del dettato musicale, una qualche personale ispirazione (non è un caso che, a Palermo, un’orchestra filarmonica di giovani sia intitolata a lui). Per sbarcare il lunario, ma ancora con passione, il Maestro accettò di concertare e dirigere colonne sonore dal 1944 fino al 1966. Non cadde mai da quei podi senza spettatori, rendendo brillanti numerose partiture per Fellini, De Sica, Monicelli, Comencini, Blasetti e per decine d’altri cineasti tra cui il prediletto Visconti (basti ricordare la straordinaria vividezza esecutiva del “Gattopardo” di Rota). Gli unici documenti filmati che lo riprendono mentre dirige sono i titoli di testa del viscontiano “Bellissima”, davanti all’orchestra Rai che esegue “Quant’è bella, quant’è cara” dall’ “Elisir d’ amore”, e “La porta del cielo”(un De Sica del 1944 musicato da Masetti), giusto nella scena in cui il pianista interpretato da Roldano Lupi avverte i sintomi della paresi alla mano che gli impedirà da allora in poi di esibirsi. Al contrario di quello del personaggio incrociato sul set, il ritiro di Ferrara non fu una resa. Fino ai suoi ultimi giorni continuò a scrivere proprie composizioni e, anche quando l’ictus gli paralizzò un braccio, proseguì le sue performance didattiche con dimostrazioni pubbliche divenute leggendarie. Sapeva bene come nascondere il dolore del suo paradossale fallimento.  Sconfisse il destino irradiando sempre un orgoglioso candore da soccombente ispirato. Quando non produceva musica, Ferrara ne parlava incessantemente, sottolineando predilezioni mai ideologiche. Quando non studiava partiture leggeva fumetti e, per scacciare l’intristimento, costruiva giocattoli di cartone (lo racconta il compositore Franco Mannino, suo amico e concittadino). Con tenacia sovraumana, scacciando giorno dopo giorno le ombre, il palermitano caduto dal podio riuscì ad affermare lo speciale diritto che è proprio degli artisti veri: coltivare lo stupore rifiutandosi di crescere. E così in quella sera veneziana, come ci mostra il film di Onofri, poté accogliere il suo ultimo applauso schermendosi con angeliche smorfie, accarezzando buffamente il premio che lo celebrava. Come un bambino.

 

- GALLERY -