venerdì, 29 maggio 2020

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Il dramma del chiedere di Peter Handke – Regia di Umberto Cantone

Il dramma del chiedere di Peter Handke – Regia di Umberto Cantone

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Tipologia:  Spettacolo

Di:  Peter Handke

Regia:  Umberto Cantone

Location:  Santa Maria dello Spasimo, Palermo / Festival di Taormina Arte Teatro

Data/e:  28-29-30 agosto 1998 (edizione Palermo) / 13 - 14 ottobre 1998 (edizione Taormina Arte)

Produzione:  Associazione Culturale Idearte

Cast:  Gian Paolo Poddighe, Roberto Herlitzka, Vincenzo Bocciarelli, Valentina Banci, Bianca Toccafondi, Giuliano Esperati, Massimo Geraci, Franco Javarone

Costumi:  Enzo Venezia

Scene:  Enzo Venezia

Note: 

Un progetto di Ezio Trapani

Traduzione italiana di Michele Cometa

Musiche: Mario Modestini

Direttore di scena: Riccardo Perez

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UN MISTERO MODERNO di Umberto Cantone

La figuratività del sogno di un teatro possibile dove l’eco degli ultimi pensieri che si fanno parole possa lasciare il posto ad un silenzio magico, in grado di restituire la qualità di uno stupore infantile, primitivo, originario.

Così l’inizio di questo apologo evoca un’utopia utile non soltanto agli addetti ai lavori.

Il “chiedere” di Handke s’impone come viaggio e come ricerca, come dramma e come gioco.

E soprattutto come esperienza che appartiene a tutti noi, donne e uomini di oggi, prigionieri di una realtà ingombrata di rovine ideologiche e di simulacri estetici.

Come possiamo imparare a riconoscerci e a evitare di smarrirci in questa nostra epoca di muri crollati e di infinite domande senza risposta?

Questo mistero moderno e minimalista, questa enigmatica metafora sulle estreme possibilità di rappresentare l’irrappresentabile  è stato per noi, che abbiamo voluto metterlo in scena, innanzi tutto uno psicodramma.

Ognuno dei suoi  interpreti è stato chiamato a mettersi in gioco, a esporsi nell’affrontare sulla scena le aspre complessità del proprio personaggio.

Handke ci ha costretti tutti a capire che la sfida del suo testo-rompicapo pretendeva un lacerante sforzo di sincerità.

Perdute nella regione del chiedere dove a dominare è l’eco delle azioni e delle parole del mondo, le figure allegoriche protagoniste di questo testo straordinario animano un concertato attoriale flagrantemente filosofico.

Ed eccoli, questi personaggi che hanno liquidato l’autore in attesa di liquidare se stessi : Il Guastafeste, filosofo-farfalla del pensiero negativo, tutto teso a confutare ironicamente le proprie stesse affermazioni;il Guardatore del Muro, il cui pessimismo recita un cupo ma euforico sgomento di fronte a una realtà che non corrisponde a una utopia impalpabile perché da lui stesso dimenticata; i due vecchi attori, impegnati con un copione cechoviano tra le mani a evocare/invocare come sciamani i fantasmi di una dimensione lirica (e ormai impossibile) del passato, insieme alla coppia di attori giovani a cui spetta l’angoscioso compito di incarnare nevroticamente le domande sul nostro presente, denunciandone l’irrisolvibilità; il muto Parzival, infine, il cui tragitto verso la parola è un esercizio rivelatore di nuove ed estenuanti domande; la maschera da commedia dell’arte di Quello del posto, figura che svela sapienzialmente l’esistenza e l’insistenza di enigmi originari.

Tutti loro contribuiscono alla espressione di questo lancinante dramma del chiedere. E poco importa se da questo gioco usciranno perdenti come il loro pubblico.

In verità, già all’inizio dello spettacolo, la rappresentazione del dramma si è consumata, priva di orpelli e di macchinerie teatrali.

Quella che rimane, apparendoci desertificata, è la scena fatale del rito dove possono trovare spazio le parole e le azioni delle forze residue di quel che chiamiamo “spirito umano”.

Ma intuiamo che, oltre il confine segnato da un muro già crollato, c’è un altro e ancora più inaccessibile labirinto. Il dramma del chiedere, insomma, non produce catarsi. Può solo perpetrarsi all’infinito.

E allora, se lo spettacolo si dispone a ricominciare, non rimane che dare forma a quella consapevolezza che Handke sembra condividere con Pasolini.

La consapevolezza che il teatro è sempre lì dove non dovrebbe essere, come la musica; che il teatro è soprattutto musica.

E che ogni opera destinata alla scena è un’opera aperta il cui autore sparisce intenzionalmente per poi attendere con pazienza da “un’altra parte” che il suo testo sia tradito dalla prima come dall’ultima messa in scena.

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- VIDEO - 

https://www.youtube.com/watch?v=hd46B_Ju6pM