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Il boss e il capitano – La mafia di Sciascia come un duello western. Sulla mostra di fotografie di Enrico Appetito a Racalmuto

Il boss e il capitano – La mafia di Sciascia come un duello western. Sulla mostra di fotografie di Enrico Appetito a Racalmuto

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  venerdì, 25 giugno 2021

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Che Sciascia diffidasse inizialmente della versione cinematografica del suo exploit letterario, Il giorno della civetta, un asciutto giallo sui generis che identifica la realtà “immobile e putrida” in cui la mafia prospera, lo dimostra la sua secca replica al giornalista che gli chiedeva un commento sull’inizio delle riprese: “Ah, perché poi si fa questo film?”.

Quella risposta raggelò il regista Damiano Damiani e i produttori della pellicola, che avevano già versato sul conto dello scrittore di Racalmuto i 20 milioni di lire per i diritti concessi.

Ma era il 1968 e disdegnare rimaneva uno dei modi con i quali un letterato engagé baciato dal successo poteva scrollarsi di dosso la temuta popolarità da midcult che allora il cinema garantiva.

Fatto sta che l’operazione Giorno della civetta, coproduzione con la Franciasostenuta da un cast attorale di primordine (con in testa Claudia Cardinale), funzionò alla grande: incasso ragguardevole per il film, 1 miliardo e 336 milioni, e crescita esponenziale di vendite del libro pubblicato da Einaudi (350.000 copie per l’edizione 1972 dei “Nuovi Coralli” a fronte delle 93.000 della prima edizione “Coralli” finita di stampare il 22 marzo 1961).

E se col tempo il romanzo è entrato da longseller “civile” nei programmi scolastici, l’opera di Damiani non smette di farsi considerare un prototipo cool di mafia movie,oltre che l’espressione di una certa sapienza artigianale che sapeva ancora mescolare le ragioni dell’autorialità a quelle del prodotto di genere.

Non sorprende dunque che la Fondazione Leonardo Sciascia abbia scelto questo titolo, tra i tanti della filmografia riferibile allo scrittore, per un avvenimento compreso nelle celebrazioni dei cento anni dalla nascita.

Allestita a Racalmuto, parte nei locali della Fondazione e parte nell’atrio del Palazzo di Città e nel foyer del Teatro Regina Margherita, una mostra di 120 pregevoli scatti (in un denso, corposo bianco e nero) a opera del fotografo di scena Enrico Appetito (1936-2003) racconterà, a partire dal 25 giugno fino al 19 settembre, corpi e luoghi dell’impresa di 53 anni fa. Si tratta di una ragionata antologica d’istantanee sul set e fuori dal set, con un’ampia sezione dedicata ai ritratti.

Un corpus inedito proveniente dal folto archivio di Appetito che, ormai da anni, è curato con amorevole intelligenza dalla figlia Tiziana. Riscopriamo così, grazie a questo suggestivo itinerario visuale, paesaggi e volti di un film sorretto da efficaci intuizioni narrative e figurative, a partire dalla scelta dei set, a Partinico e dintorni.

Fu proprio di Damiani l’idea di disporre frontalmente la caserma dei carabinieri e il balcone dei mafiosi, una trovata da “mezzogiorno di fuoco” per consentire al personaggio del capitano Bellodi (Franco Nero, popolarissimo per aver incarnato il pistolero Django diretto da Corbucci) di controllare le mosse del suo mellifluo boss antagonista.

A questa location, situata nell’ormai irriconoscibile piazza Giuseppe Verdi partinicese, sono dedicate parecchie foto della mostra, nelle quali campeggiano gli interpreti del bestiario mafioso concepito da Sciascia. I

l regista dovette armarsi di pazienza affrontando sia Lee J. Cobb, star dell’Actors Studio nel ruolo di don Mariano, che amava pauseggiare in stile Brando (anche nella celebre tirata sugli “uomini, ominicchi e quaquaraquà”) sia il caratterista napoletano Vincenzo Falanga, nel ruolo di un truce scagnozzo del boss, che prima di ogni ciak  si faceva leggere come un divo le battute da un assistente, lanciando occhiatacce a chiunque gli chiedesse il perché, fino a quando si scoprì che era analfabeta.

Guai più seri derivarono dal taglio politico del film, le cui riprese rischiarono di essere interrotte a causa della scena, assente nel libro, del boss che entra nella sede locale della Democrazia Cristiana. Damiani si cavò dai guai minacciando una conferenza stampa dove avrebbe svelato i nomi dei mafiosi ergastolani iscritti alla Dc, contenuti in un elenco fornito dal Centro di Danilo Dolci.

Ma questo prendere partito non evitò al film le polemiche “a sinistra”, le stesse rivolte al romanzo. A essere bersagliato fu soprattutto l’ammiccante onore delle armi che Bellodi concede sul finale a don Mariano, mentre questi gli restituisce lo chapeau qualificandolo come un “vero uomo”.Roba da western, fu detto, o da “commedia di costume” (accusa che l’amico Pasolini, da critico puntuto, rivolse nel 1973 all’impegno antimafia di Sciascia).

Polemiche ormai dimenticate, anche perché il film non è invecchiato male. E a sorprendere rimane il protagonismo concesso (a differenza che nel libro) alla figura di Rosa Nicolosi, la moglie di una delle due vittime del “giallo”, a cui la sensualissima Cardinale regala un’aspra quanto determinata fierezza, caratteristiche all’epoca inusitate per i personaggi di “donna del Sud”.

A questo modello paleo-femminista della diva Claudia la suggestiva galleria fotografica di Appetito dedica i suoi scatti migliori: seducenti primi piani, pose ferine, spiritosi ammiccamenti, e una istantanea sul set della memorabile scena dove Rosa rifiuta di dividere il pasto con i mammasantissima che vorrebbero ammansirla.Bastò un suo sdegnoso “Questa pietanza è troppo salata” per far sembrare tutti quegli “uomini d’onore” tanti “quaquaraquà”.