sabato, 28 gennaio 2023

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I Malavoglia di Giovanni Verga – Prima edizione – Fratelli Treves Editori, 1881

I Malavoglia di Giovanni Verga – Prima edizione – Fratelli Treves Editori, 1881

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Autore/i:  Giovanni Verga

Tipologia:  Romanzo

Editore:  Fratelli Treves

Origine:  Milano

Anno:  1881

Edizione:  Prima edizione

Pagine:  468

Dimensioni:  cm. 18,3 x 13

Caratteristiche:  Legatura in tela

Note: 

Uno dei romanzi più celebri e studiati di GIOVANNI VERGA, dato alle stampe dalla casa editrice FRATELLI TREVES nel febbraio 1881. Il biografo verghiano Nino Cappellani lo definisce nel 1940 un “trionfo senza lettori”. E così fu, almeno inizialmente. 

Il romanzo

L’opera fa parte del Ciclo dei vinti, insieme a Mastro-don Gesualdo e La duchessa di Leyra, opere che affrontano il tema del progresso visto dal punto di vista degli “sconfitti” della società. La duchessa di Leyra rimase solo abbozzato, mentre gli altri due romanzi previsti nel Ciclo, L’Onorevole Scipioni L’uomo di lusso, non vennero neppure iniziati.

Verga adotta in questo romanzo la tecnica dell’impersonalità, riproducendo alcune caratteristiche del dialetto e adattandosi quanto più possibile al punto di vista dei differenti personaggi. In tal modo egli rinuncia all’abituale mediazione del narratore.

Un primo accenno al romanzo è contenuto in una lettera all’editore TREVES del 21 settembre 1875, dove si parla di un “bozzetto marinaresco” che ha per titolo Padron ‘Ntoni. In un’altra lettera all’amico Salvatore Paola del 21 aprile 1878, Verga fornisce il quadro del suo Ciclo dei vinti, e come primo romanzo indica proprio Padron ‘Ntoni. Ma poco meno di un mese dopo, il 17 maggio, Verga scrive da Milano a Luigi Capuana chiedendogli un parere sul nuovo titolo: «Mi hai trovato una ‘ngiuria che si adatti al mio titolo? Che ti sembra di I Malavoglia?». In seguito, il manoscritto fu donato a Capuana  e da questi regalato alla moglie il 21 maggio 1910, per poi passare nelle mani del nipote di Verga che lo acquistò per seimila lire.

I Malavoglia narra la storia di una famiglia di pescatori che vive e lavora ad Aci Trezza, un borgo marinaresco (realmente esistente)  nei pressi di Catania. Al romanzo Verga fece precedere una premessa, in cui viene delineato il Ciclo dei vinti e precisato che I Malavoglia vuol essere «lo studio sincero e appassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini del benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliola vissuta sino ad allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio». Il romanzo ha un’impostazione corale e rappresenta personaggi uniti dalla stessa cultura ma divisi dalle loro diverse scelte di vita, sovrastate da un destino tragico ed inevitabile. Lo scrittore adotta la tecnica dell’impersonalità, riproducendo alcune caratteristiche del dialetto e adattandosi quanto più possibile al punto di vista dei differenti personaggi. In tal modo egli rinuncia all’abituale mediazione del narratore. 

Personaggi principali

♦ PADRON ‘NTONI: Verga lo presenta come un patriarca onesto e laborioso, con la smania dei proverbi, piccolo e con la “faccia di pipa”.

♦ BASTIANO (BASTIANAZZO): suo figlio, che Verga definisce “buono, ubbidiente, lavoratore, un colosso”. Annega con l’imbarcazione dei Malavoglia, la Provvidenza, nel settembre 1865.

♦ MARUZZA LONGA: moglie di Bastianazzo, definita da Verga come una buona massaia, preda di una certa “vanità e debolezza di madre”. Muore di colera nell’ agosto 1867.

♦ ‘NTONI: primogenito di Bastianazzo. Per definirlo Verga usa tanti aggettivi: “vano, leggero, pigro, debole, ghiotto, in fondo buon core”. Poi aggiunge: “vinto dall’ambiente d’egoismo individuale”.

♦ LUCAVerga lo definisce  il ritratto del padre Bastianazzo. Nel dicembre 1865 subentra al fratello ‘Ntoni  nell’esercito. È ucciso a Lissa.

♦ MENA (FILOMENA) (SANT’AGATA): figlia di Bastianazzo. Le definizioni che Verga utilizza per lei sonozoppetta, buona, laboriosa, immaginosa, il ritratto della madre, ubbidisce e si rassegna facilmente”. Inizialmente viene promessa sposa a Brasi Cipolla, ma dopo la rovina della famiglia il matrimonio non si può fare, e decide di rinunciare anche all’amore per Alfio Mosca. Resta infine con il fratello Alessi e la cognata Nunziata ad occuparsi della riscattata Casa del Nespolo, a fare da mamma ai figli di Alessi e Nunziata.

ALESSI (ALESSIO): fratello minore di ‘Ntoni e Luca , per quanto all’inizio della storia meno maturo e responsabile di Luca, fin da giovanissimo si mostra incline a seguire le orme del nonno  Padron ‘Ntoni, dimostrando interesse per i suoi proverbi e per la sua esperienza di marinaio.  Una volta adulto, sposa  la vicina Nunziata e ricostruisce la famiglia Malavoglia ricomprando la Casa del Nespolo, il che gli consente di assumere lo stesso ruolo di patriarca del nonno.

♦ LIA (ROSOLIA): la più piccola della famiglia Malavoglia per Verga “vanerella, guastata dalla madre, dalla sorella, insolente, si avvilisce pel cattivo esempio del fratello e si lascia sedurre da Don Michele “. In seguito alla caduta in disgrazia della propria famiglia, perduta la reputazione e l’onore, emigrerà per poi diventare una prostituta.

Altri personaggi 

♦ALFIO MOSCA: onesto lavoratore, è un carrettiere che possiede un asino e, in seguito, un mulo. Si innamora contraccambiato di Mena, ma i due non possono sposarsi a causa dell’indigenza di lui. Dopo aver lasciato deluso Aci Trezza per otto anni, vi tornerà. Ma anche stavolta verrà respinto da Mena .

ZIO CROCIFISSO (CAMPANA DI LEGNO): zio della Vespa, è il vecchio usuraio del paese,  proprietario di barche e case. Con la nipote si sposerà non per amore, ma per appropriarsi della sua chiusa. Una volta sposata, però, la moglie dilapida il suo patrimonio rendendogli la vita un inferno.

AGOSTINO PIEDIPAPERA: sensale di pochi scrupoli, invischiato nell’attività di contrabbando. Si rende responsabile, assieme allo Zio Crocifisso, della rovina economica dei Malavoglia, fingendo di acquistare il credito che Padron ‘Ntoni deve al vecchio usuraio e poter così far uscire la famiglia dalla casa del nespolo. È sposato con Grazia Piedipapera, donna pettegola ma sensibile ai problemi dei Malavoglia.

LA LOCCA: sorella dello Zio Crocifisso, è una vecchia vedova fuori di senno, che vaga perennemente per il paese alla ricerca del figlio Menico, morto in mare sulla Provvidenza assieme a Bastianazzo e al carico di lupini.

TURI ZUPPIDDU: vicino di casa dei Malavoglia, svolge il mestiere di calafato, ossia di uno che aggiusta le barche. È sposato a Comare Venera, la pettegola del paese soprannominata da alcuni la Zuppidda. I due hanno una sola figlia, Barbara, con cui per un periodo ‘Ntoni sembra volersi sposare, ma a causa delle sciagure che capitano ai Malavoglia l’opportunità sfuma.

GRAZIA PIEDIPAPERA: moglie di Tino Piedipapera, molto toccata e impietosita dalla sorte dei Malavoglia.

CUGINA ANNA: cugina di Zio Crocifisso e amica dei Malavoglia, rimasta vedova con tanti figli da crescere tra cui Rocco Spatu.

NUNZIATA: altra vicina e amica dei Malavoglia, dopo la partenza di suo padre per Alessandria d’Egitto si è ritrovata sola a crescere i suoi fratellini. Da grande sposa Alessi.

LA SANTUZZA: ostessa del paese, sarà lei la causa del litigio tra ‘Ntoni e Don Michele, pur essendo l’amante di Massaro Filippo. Suo padre, Zio Santoro, sta sempre fuori dall’osteria a chiedere l’elemosina.

VANNI PIZZUTO: il barbiere del paese che a un certo punto entra nel giro del contrabbando.

DON FRANCO: speziale del paese con ambizioni da rivoluzionario. Nella sua bottega spesso si accendono discussioni di carattere politico. Sua moglie viene chiamata La Signora.

♦ MASSARO FILIPPO: assiduo frequentatore dell’osteria, ha una relazione con La Santuzza.

MARIANO CINGHIALENTA: carrettiere, assiduo frequentatore dell’osteria, entra nel giro del contrabbando.

 ROCCO SPATU: figlio maggiore della cugina Anna, assiduo frequentatore dell’osteria, anche lui entrato a un certo punto nel giro del contrabbando.

DON MICHELE: brigadiere del paese, assiduo frequentatore dell’osteria, viene cacciato e poi richiamato dall’osteria dalla Santuzza, e sarà questo il motivo per cui, durante una retata anti-contrabbando, ‘Ntoni lo accoltellerà.

MASTRO CROCE CALLÀ: sindaco del paese, soggiogato dalla figlia Betta.

COMPARE MANGIACARRUBBE: pescatore, frequentatore dell’osteria. Ha una figlia, La Mangiacarrubbe, che sta sempre alla finestra ad aspettare un marito.

DON GIAMMARIA: sacerdote del paese con una sorella, Donna Rosolina, che abita con lui.

DON SILVESTRO: segretario comunale del paese che esercita il potere al posto del sindaco.

MASTRO CIRINO: sagrestano, inserviente comunale, portalettere e calzolaio del paese.

PADRON FORTUNATO CIPOLLA: ricco del paese, proprietario di numerose vigne e terreni e anche di una barca, ha un figlio bietolone, Brasi, che vuole far sposare con Mena Malavoglia, ma dopo la morte di Luca l’affare salta.

DON CICCIO: medico del paese.

ZIO COLA: pescatore e proprietario di una barca.

 BARABBA: pescatore che lavora sulla barca di Padron Fortunato Cipolla.

PEPPI NASO: macellaio del paese, molto ricco.

AVVOCATO SCIPIONI: avvocato a cui si rivolgono i Malavoglia per la questione della casa del nespolo. Diventa l’avvocato difensore di ‘Ntoni durante il processo per la coltellata a Don Michele.

LA VESPA: nipote dello Zio Crocifisso, che in seguito sposerà.

 

 

La struttura

Tutta la narrazione si svolge alla fine dell’Ottocento ad Aci Trezza. Tre sono le parti fondamentali in cui si può dividere il romanzo: la prima parte (capitoli I-IV) inizia con la presentazione dei membri della famiglia Toscano in ordine di età, alla quale seguono la partenza di Ntoni per il servizio militare, lo sfortunato affare dei lupini e la morte di Bastianazzo. È questo elemento scatenante a rompere l’equilibrio familiare e a dare inizio alla torsione tragica della vicenda. I funerali di Bastianazzo sono l’occasione, per Verga, di presentare i personaggi del romanzo e l’ambiente popolare contestualmente ai fatti narrati, secondo la tecnica della regressione teorizzata dell’autore. Nella seconda parte (capitoli V-X) assistiamo al continuo declino della famiglia, dovuto principalmente alle conseguenze dello sfortunato affare dei lupini e al tentativo dei Malavoglia di saldarlo per salvare l’onorabilità della famiglia. E questo provoca la perdita della Casa del Nespolo e il momentaneo trasferimento dei Malavoglia nella Casa del Beccaio. La terza ed ultima parte inizia dopo un capitolo di transizione (il XI), in cui ‘Ntoni si trasferisce temporaneamente in città a cercare di far fortuna, dopo la morte della madre La Longa (contraria alla sua partenza). Quindi inizia la terza parte (capitoli XII-XV), che narra la vendita della barca da parte di Padron ‘Ntoni, che inizierà a lavorare a giornata da Padron Cipolla, e il ritorno di ‘Ntoni che, ancora più povero che alla partenza, si dà al contrabbando. ‘Ntoni accoltella Don Michele l’avvocato di Ntoni getta discredito sulla famiglia rivelando una presunta relazione tra Don Michele e Lia, che è costretta così a fuggire in città. Anche per questo, il nonno cade in uno stato di depressione. La conclusione vede la ricomposizione del nucleo familiare ad opera di Alessi e la partenza di Ntoni, che, ritornato al paese, ormai sente che non può più fare parte del mondo che ha rinnegato. Alla “riconsacrazione” della Casa del Nespolo segue però la consapevolezza che ormai nulla potrà essere come prima: la partenza di ‘Ntoni segna infatti un distacco definitivo, provocato dall’irrompere dei “tempi nuovi” nel mondo contadino siciliano.

 

 

LE EDIZIONI IN ARCHIVIO 

(vedi immagini in GALLERY)

♦Giovanni Verga, I MALAVOGLIA, Milano, Fratelli Treves Editori, 1881 (febbraio), Prima edizione 

♦Giovanni Verga, I MALAVOGLIA, Milano,  Fratelli Treves, 1922

♦Giovanni Verga, I MALAVOGLIA, Milano,  Attilio Barion  Editore, 1923

♦Giovanni Verga, I MALAVOGLIA, Firenze, R. Bemporad & Figlio Editori (Opere complete di Giovanni Verga), 1931

♦Giovanni Verga, I MALAVOGLIA, Milano, Mondadori, 1939 (dicembre)

♦Giovanni Verga, I MALAVOGLIA, Commento di Pietro Nardi sul testo curato da Lina e Vito Perroni,  Milano, Mondadori, 1940 (aprile)

♦Giovanni Verga, I MALAVOGLIA, in OPERE, a cura di Luigi Russo, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 1965 (gennaio)

♦Giovanni Verga, I MALAVOGLIA, a cura di Giulio Carnazzi, postafazione di Gustavo Zagrebelsky, Milano, Rizzoli/Bur-Grandi classici, 2019 (giugno)

 

 

ANTOLOGIA CRITICA 

 

A proposito del succedersi degli eventi avversi che sconvolgono il nucleo familiare dei Malavoglia, e del modo in cui Verga li racconta nel romanzo, scrive così  Massimo Bontempelli nella voce da lui redatta su I Malavogliacompresa nel Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi:

« Tutto questo non è lacrimoso, mai un momento ci prende l’impazienza di allontanarcene; cioè non entra mai in gioco la compassione spicciola, quella che non è diventata commozione poetica, che si rivolge al modello non alla creazione; quella su cui ha tanto puntato il più basso romanticismo, e che ha nutrito la gran fama di alcuni quasi coetanei del Verga. Ecco la migliore riprova della qualità classica della sua arte. La pena che possiamo sentire verso Padron ‘Ntoni o verso la Mena è della stessa di quella che possiamo sentire è della stessa sostanza di quella che tributiamo a Edipo o ad Antigone. Certo, dopo aver letto il poema, una domanda ci viene naturale. Padron ‘Ntoni è un uomo di coraggio, di Vecchia sapienza, di fedeltà ai principi più indiscussi: Dio, la sua famiglia, l’onore; ma Padron ‘Ntoni con tutto il suo animo, la sua fede, la sua fatica, finisce a dovere assistere impotente alla ruina della casa, della famiglia, dell’onore. Nasce la domanda: perché? E l’autore certo vuole che essa si presenti a chi ha letto e sofferto con i suoi personaggi, sa che questa domanda è il principio e il fondo di ogni sapienza morale; sa che se l’uomo non pretendesse l’esistenza di un preciso ‘perché’ a ogni sua gioia e sofferenza e non potesse chiamarle premio o castigo ma le credesse gettate tra gli uomini come al vento, che vadano all’uno o all’altro mosse soltanto dal caso, verrebbe meno alla vita umana ogni forza. L’autore lascia dunque che la domanda nasca, l’autore la provoca. Ma non dà una vera risposta. Non dà la risposta di Eschilo: un uomo soffre per scontare una colpa della famiglia che lo ha generato. Non dà la risposta biblica: l’uomo espia il fallo di Adamo. Siamo dunque alla fredda disperazione leopardiana? Si sarebbe tentati di supporre qualcosa anche di più crudele. La Natura di Leopardi, indifferente, non sa chi è buono e chi è cattivo. Qui invece la Fatalità ha puntato contro i migliori: Padron ‘Ntoni, Maruzza, la Mena; i due soli traviati si sono traviati più tardi, per non saper resistere a tanta immeritata sventura della loro casa. E le disgrazie dei migliori sono fatte più irrimediabili per la loro incapacità di lottare contro quanti della disgrazia profittano per sommergerli ancora più a fondo. Si corre il rischio di dedurne che la Fatalità si accanisce contro coloro che accettano la vita come una lotta contro la natura, come fatica d’ogni giorno per il pane, ma non hanno armi per la lotta dell’uomo contro l’uomo, non sanno contrapporre furberia, inganno a inganno. Ma allontanatevi dal quadro quanto basta per vederlo in giusto fuoco. Scorgerete che gli ottimi Padron ‘NtoniMaruzza, la Mena, percorrono le loro sventure come cinti di un’aureola; dalle loro lacrime si rifrange una luce che li accompagna e sembra levarli più in alto di tutti coloro cui materialmente soggiacciono. Chi sceglierebbe di essere lo Zio Crocifisso piuttosto che Padron ‘Ntoni? Chi vorrebbe essere la Vespa anzi che la Mena? La fedeltà alla casa, al lavoro, alla dignità, non comportano altro premio che quella luce spirituale intorno alle loro figure. La fatalità può privarli delle persone care, della casa, del pane: non può spegnere loro intorno quella luce. Ecco come, senza il minimo commento, una pura virtù di rappresentazione crea il senso religioso. Gli oppressi ci appaiono operare  nel cielo come trasfigurati. Così splende la catarsi celestiale. Così la poesia, che è religione, ha vinto silenziosamente la fatalità. E quella luce non è solamente in quanto il porta intorno alle persone la vede, e la fa visibile a noi. La luce è veramente dentro le persone vive, ed esse ne hanno una loro rudimentale coscienza, e se ne nutrono. La luce di Padron ‘Ntoni, di Maruzza, e di Mena è fatta d’una virtù che si chiama rassegnazione; ma cos’è per noi la rassegnazione, se non è, come dice la gente grossa, accasciamento e negazione di vita? La rassegnazione è la coscienza, il riflesso interiore, d’una legge, che sta unica e superiore a tutto, al piacere, alla vittoria, alla necessità; e pur che questa legge sia, non importa sapere quale è, non importa dichiararla e dimostrarla. Quando Padron ‘Ntoni col nipote va dall’avvocato, questi con le carte in mano dimostra che non hanno nessun obbligo di pagare con la casa il debito, perché la casa è dotale; Padron ‘Ntoni se ne trova contento e riporta alla nuora la risposta; ma lei domanda: «E i lupini?- È vero, e i lupini? – ripeté Padron ‘Ntoni… Allora successe un momento di silenzio; intanto Maruzza non sembrava persuasa. – Dunque ha detto di non pagare? – ‘Ntoni si grattò il capo, e il nonno soggiunse: - È vero, i lupini ce li ha dati, e bisogna pagarli. – Non c’era che dire. Adesso che l’avvocato non era più là, bisognava pagarli». Questa è la coscienza della legge unica, che sovrasta tutte le leggi fatte dagli uomini. Dalla fede tremenda a questa legge nascono quella luce e l’aureola. A questo punto gli altri, lo Zio Crocifisso, i Piedipapera vincono, ma i vinti sono più felici dei vincitori. Il poema dei Malavoglia, come tutta la poesia grande, si risolve in una ribellione religiosa contro la storia, e per questo rispetto arriva a ritrovarsi a fianco dei Promessi sposi, dai quali il mondo dell’arte pareva tenerlo tanto lontano. Verga ha saputo dalla sofferenza pervenire al dolore, cioè alla fonte, alle radici stesse d’ogni esistenza, le immutabili Madri cui discese per un attimo Faust. Siamo nella zona in cui dolore e gioia, sconfitta e vittoria, passione e oblio si confondono, fanno tutt’uno con la ragione non scrutabile dell’essere, là sul punto ove l’uomo è meno lontano da Dio, dove il massimo della disperazione può tener luogo del massimo della contemplazione ».

(Massimo BontempelliI MalavogliaVoce del Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature5, Milano, Bompiani, 2005)

 

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Scrive Luigi Russo nella prefazione del volume edito da Ricciardi delle opere verghiane:

« (…) I Malavoglia volevano essere uno studio sincero e spassionato, come avvertiva nella prefazione l’autore, del nascere e dello svilupparsi delle prime inquietudini del benessere, nell’anima della povera gente. (…) Il dramma oscuro del desiderio si svolgerà nell’anima di ‘Ntoni, che è stato a fare il soldato e ha conosciuto il mondo, il quale, fuorivia, è più bello che non sia ad Aci Trezza; ma il patimento delle fantasticherie del giovane si allarga su tutti i consanguinei, e l’errore di uno solo segna la catastrofe di tutta una famiglia. Questo senso di fatalità che c’è in tutta la narrazione, non insinuato per tesi dallo scrittore, ma direttamente sentito dai protagonisti dell’azione, conferisce al romanzo una intonazione tragica, che, pur essendo intessuta di svariati episodi umoristici che coloriscono tutta la vita di un villaggio, non perde mai questo suo ritmo di perduto dolore. (…)

Non si può dire dove finisca la vita malavogliesca e dove incominci quella del villaggio. Nel romanzo è sempre presente la funzione di un coro vero e proprio, che viene compassionando o contrastando alle pene dei protagonisti. Alle sventure dei poveri Malavoglia partecipano tutti quelli del paese, con spirito di compassione o di antitesi, e non di rado con la crudele compassione che i poveri diavoli sanno mettere nel compianto delle disgrazie dei loro simili, e con quello spirito di antitesi che ci avverte della miseria di quegli stessi, che, forti oggi, domani forse saranno dei vinti, e miserabili come le altre povere vittime. (…)

Del Verga abbiamo scritto in varie occasioni come egli rappresenti un rinnovamento della letteratura italiana, non solo per i nuovi miti e i nuovi personaggi che egli introduce, scelti tra i contadini e i più umili primitivi, ma perché egli è l’inventore di un nuovo linguaggio poetico. Se col Manzoni la lingua si poteva dire italo-francese, per le larghe esperienze che dei due paesi lo scrittore aveva riportato e segnato nella sua mente fin dagli anni giovanili, e perché il Settecento ci aveva trasmesso una Francia abbracciata all’ Italia, e nonostante tutto sua generosa matrigna, per il Verga si può ripetere altrettanto, in quanto la letteratura francese della seconda metà dell’Ottocento è stata molto familiare al nostro autore,  perché ancora troppo fusa nel nostro sangue, nonostante gli energici sforzi misogallici di Vittorio Alfieri; ma come lingua italiana egli non segue più il modulo manzoniano, che era quello del classico fiorentino, ampliato e trasfigurato in una lingua europea, ma ne crea uno nuovo, estraendolo direi dalla voce dei suoi stessi protagonisti. Il dialetto siciliano, e perché fuso nel sangue dello scrittore, e per omaggio al principio della poetica veristica, rimane dunque fondamentalmente la lingua con la quale contrasta lo scrittore, per l’elaborazione del suo nuovo linguaggio poetico. E dove questa specie di idea platonica, questo specimen atavico del linguaggio poetico del Verga, impallidisce e si fa incerto, allora anche la prosa dello scrittore si irrigidisce e si schematizza, e l’artista non sente più la necessità interiore di continuare a scrivere i suoi nuovi racconti e romanzi. In questo senso il dialetto siciliano, cellula della sua lingua poetica, costituisce la spia del limite creativo del Verga. Per ogni scrittore, esiste sempre un’idea platonica della lingua, a cui egli si sforza di adeguarsi, non riuscendovi, per fortuna, o almeno a lui così pare, mai pienamente. E nell’illusorio contrasto con questa lingua degli angeli, con questo fantasma di un suo lontanissimo cielo, lo scrittore riesce veramente artista, poeta, per la durezza stessa e per la quasi delusione dello sforzo a lungo durato. Ma quando non si combatte più, quando la cellula non è più un trepido desiderio, ed essa si è tutta spiegata e incarnata, allora la lingua si è già meccanizzata e comincia il mestiere: si hanno i paralipomeni dell’opera. Il Verga più grande è nella lingua nativa da lui difficoltosamente trasfigurata, e nel momento della sua più intensa trasfigurazione. Quando il modulo è già fissato, lo scrittore decade, e rinunzia a scrivere La duchessa di Leyra, perché, come il modulo della prosa dei Malavoglia non era più buono per la prosa di Mastro-don Gesualdo, così il modulo della prosa di Mastro-don Gesualdo non serviva al nuovo romanzo del mondo nobilesco di Palermo. (…)

(…) Per Verga, e per tutto Verga, è stata fatta la proposizione assurda e ingenua che egli avrebbe dovuto scrivere almeno I Malavoglia in dialetto; ma il pio desiderio e la strana richiesta testimoniano al vivo qual fondo dialettale c’è nella sua prosa, a quello stesso modo che nel Manzoni di Renzo, di Bortolo, di Agnese, di Perpetua, del barrocciaio di Monza, l’acuto lettore lombardo sente la presenza invisibile di quell’altra lingua di Carlo Porta, in cui egli, in un assurdo amore della sua musica municipale, vorrebbe istintivamente ritradurla. E non mancano dei buoni studi che dimostrano la “milanesità”, col vocabolario Cherubini alla mano, della lingua di Alessandro Manzoni. Ma Luigi Capuana  coraggiosamente aveva dichiarato quello che era stato lo sforzo del Verga , e suo, per creare questa lingua nuova dei loro racconti; non i trecentisti, non Dino Compagni e la Crusca, non i comici del Cinquecento, ma una prosa parlata, era balenata a loro, come ideale e modello, e tutta punteggiata di richiami e di ritmi e cantilene locali. (…)

Eva sta a rappresentare questo suo ingresso nella letteratura nazionale, e che si presenta scritta in un linguaggio che correva dall’una all’altra parte dell’Italia, ma con un velo di lingua francese, con la quale lingua il Verga ebbe molta familiarità fin dalla prima giovinezza. Nedda, per il famoso ritratto della protagonista, è manzoneggiante, perché quel ritratto è calcato sui moduli dei ritratti manzoniani, mentre nel cuore del racconto scoppia la rivoluzione del suo nuovo metodo di verista, e di “scrittore provinciale”. Difatti in Nedda o c’è il dialogo diretto, piegato a un’inflessione che è un commento interno di chi parla e dell’artista che trascrive per lui; o c’è il dialogo raccontato, in cui lo scrittore, con l’aria di riassumere, presenta in iscorcio i sentimenti dei personaggi mescolandoli a qualche rapida didascalia. In questo periodo il Verga ancora non è riuscito a creare in sé la sua lingua platonica, cellula il dialetto siciliano, perché talvolta il dialetto appare nella sua crudezza, e questa crudezza continuerà ancora per qualche tratto in Cavalleria rusticana, e nella Lupa; il Verga padrone del suo nuovo linguaggio si dimostrerà soltanto nei Malavoglia (1880-81). Sono significative le parole che egli scriveva a Carlo Del Balzo, critico dei Malavoglia, attorno a quel tempo: «Se dovessi tornare a scrivere I Malavoglia li scriverei allo stesso modo, tanto mi pare necessaria ed inerente al soggetto la forma. Non vi dico che non si possa fare cento volte meglio, non vi dico che sono riuscito a dare ai miei personaggi il colorito giusto; ma è quel colorito che cerco, difficoltà immensa! — Lo vedo allo scontento che mi lascia la prova fatta, ma sino a quando non si sarà superata, sino a quando ci culleremo nella solita nenia delle frasi lisciate da 50 anni, non avremo una vera e seria opera d’arte in Italia. — Di questo sono convinto». Orbene, queste parole del Verga scritte a un suo critico sono l’esplicazione del suo manifesto letterario implicito nei Malavoglia, e per questo noi diciamo che egli è l’iniziatore di una nuova letteratura. »

(Luigi Russo, in Giovanni Verga, OPERE, a cura di Luigi Russo, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 1965)

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« (…)  Ma don Gesualdo Motta non vale Padron ‘Ntoni Malavoglia, non perché la sua figura non si stagli potente in tutto il suo rilievo, e i suoi casi, i suoi sentimenti, i suoi minimi atti, come del resto quelli degli altri personaggi intorno a lui, non siano rappresentati con arte anche più accorta; ma il suo romanzo si mostra già costruito d’elementi che visibilmente si riportano attorno a lui, senza quella compatta e schietta naturalezza del primo romanzo, tanto più mirabile e quasi prodigiosa, in quanto non si sa come risulti così fusa attorno a quella casa del Nespolo tutta la vita di quel borgo di mare e come venga fuori senza intreccio e pieno di tanta passione il romanzo in cui le vicende sembrano a caso. E non è da dire che tutto questo non sia voluto, perché era nell’aspirazione, e dunque nell’intenzione dello scrittore, se, dedicando a Salvatore Farina la novella L’amante di Gramigna nella Vita dei campi, scriveva che il trionfo del romanzo si sarebbe raggiunto «allorché l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane; e che l’armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessarie, che la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà l’impronta dell’avvenimento reale, e l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed esser sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore… ch’essa stia per ragion propria, pel solo fatto che è come dev’essere ed è necessario che sia, palpitante di vita ed immutabile al pari di una statua di bronzo di cui l’autore abbia avuto il coraggio divino di eclissarsi e sparire nella sua opera immortale.

L’aspirazione divenne realtà nei Malavoglia. Il segreto del prodigio è nella visione totale dell’autore, che dà a quanto appare sparso e a caso nell’opera quell’intima vitale unità che non domina mai da fuori, ma si trasfonde e vive nei singoli attori del dramma, i quali, sì, son tanti, ma si conoscono tutti e ciascuno sa tutto dell’altro e del piccolo borgo intende ogni aspetto e ogni voce, se suona una campana, da qual chiesa suoni; un grido, chi ha gridato e perché ha gridato, legati tutti da ogni minima vicenda che si fa subito comune. Così da un capo all’altro, per tanti fili, che non sono di questo o di quel personaggio, ma che partono da quella necessità fatale dominante, l’opera d’arte si tiene tutta, meravigliosamente, con quello scoglio, con quel mare, con l’antica dirittura solenne di quel vecchio uomo di mare, in una primitività quasi omerica, ma su cui incombe quasi un senso di fatalità dell’antica tragedia, se la rovina di uno è la rovina di tutti; e con l’ammonimento che ne emana, tra la pietà sbigottita per la sorte dei vinti. Mirabile l’opera, ma più mirabile ancora l’impegno onde essa nacque, con un suo stile nuovo e necessario, che la fa viva per sempre come opera d’arte, e viva oggi più che mai come modello d’azione e di fede anche fuori d’ogni considerazione letteraria, come atto di vita. Voglio dire l’impegno a cui, un certo momento, e forse quando più egli s’era allontanato e distratto dalle sue origini, il Verga si sentì prepotentemente chiamato, con la voce della sua terra e di tutto ciò che v’era di religioso nel suo spirito, al lavoro esigente, umile e triste d’esprimere le cose, che in certo senso vuol dire fare, operare, e non più desiderare e contemplare: le cose difficili, le cose quali sono per noi, quelli che aveva già vinto, nell’opinione degli altri, in quelle facili, quali erano nel desiderio del pubblico d’allora. (…) »

(Luigi Pirandello, Discorso su Verga alla Reale Accademia d’Italia – 1920, in Saggi, a cura di Manlio Lo Vecchio Musti, Milano, Mondadori, 1952)

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« (…) In tale complesso intreccio fra realtà, storia, simbolo, sottinteso messaggio, come dimenticare che l’autore, dietro lo schermo di un racconto delegato ad altri e per questo tendenziosamente impersonale, lascia intravedere, senza mai affacciarsi al proscenio, qualcosa di suo? Qualcosa di suo lo dice nelle pagine della Prefazione, dove ovviamente non è tenuto a eclissarsi e a sparire dall’orbita del racconto. Lì presenta l’intero ciclo dei Vinti. E assegna il cartellino segnaletico al primo romanzo della serie, chiarendo molto semplicemente quello che è per lui il sugo della storia. «Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni, le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio»Il senso, non diciamo la morale, del romanzo di ‘Ntoni, è tutto lì. E varrebbe la pena di leggere e rileggere le pagine che seguono, in cui quella storia emblematica è inserite nel quadro più vasto della società contemporanea, con iterati richiami al «movimento incessante» che la percorre. (…) Il Verga sembra chiamare in causa, nella sua prefazione, l’avanzata del mondo moderno, l’instaurarsi di una nuova forma di società, di cui però i benefici sono dubbi e illusori. Il concetto che risulta preminente è quello di un Progresso cieco e continuo che lo scrittore vede in termini positivistici come un fenomeno naturale mosso dalla darwiniana, e spenceriana, «lotta per l’esistenza» (struggle for life). (…) Proprio nel momento in cui sembra accogliere il mito del progresso, Verga ne propone una sorta di capovolgimento negativo. La sua adesione ai presupposti del pensiero positivistico non ha certo quegli aspetti sistematici e rigidamente scientifici che si ritrovano nell’opera e nella teoria di Zola. Analogamente l’ideologia progressista e l’impegno sociale dello scrittore francese si raggelano nel nostro autore in una diagnosi pessimistica, nella constatazione immobile e dolorosa del male presente nella società e nella natura. Il cammino dell’umanità si attua come un graduale distacco dalle dimensioni di una vita retta da principi elementari e da un codice etico. Distacco a cui il mondo moderno ha inesorabilmente condotto. Vero poi che in nessun tratto dell’opera, e riportiamo ovviamente il discorso ai Malavoglia, l’autore dice io, in nessun luogo lascia trasparire glosse o commenti che possano siglare un personale punto di vista. Ma il collegamento con la cornice storica e la decadenza del costume, la constatazione della perdita dei valori connessi alla vita elementare del popolo, inquinati dal progresso e dalla prevalenza della mentalità borghese, si propongono con indizi leggibili, ricavabili dal racconto. Il predominio di una logica meramente economica, il declino dell’etica familiare e di una tradizione che pur era argine alla ricerca esclusiva del benessere materiale, sono fatti acquisiti, oggetto di una constatazione assodata nella mente di Verga nel momento in cui egli scrive I Malavoglia. Già nel microcosmo di Aci Trezza la norma dell’utilitarismo e del tornaconto personale è quella a cui quasi tutti si attengono. In personaggi come lo zio Crocifisso, Piedipapera, lo zio Santoro, l’autore non esita a riprodurre i più crudi esempi di avidità e di bassezza morale. È vero che alla spinta dell’egoismo possono ancora contrapporsi gli esempi di una fede tenace, le massime consacrate dalla sapienza degli antichi. Ed è altresì innegabile che il filo di quella tradizione non è del tutto spezzato, visto che l’etica della famiglia, del lavoro, del sacrificio, sopravvivono e anzi risorgono negli ultimi superstiti, nei nuovi Malavoglia, in Alessi e Nunziata, che recuperano la Casa del Nespolo. Precario però ed effimero quel risanamento, dato che l’episodio «non vale da lieto fine, non prospetta nessuna garanzia di riscatto, ma disegna soltanto l’orbita di un’immobile ciclicità» (Tellini). È la diagnosi che viene applicata alla società italiana contemporanea, e che rimane ben ferma alla base delle successive prove verghiane. (…) »

(Giulio Carnazzi, L’ombra del nespolo, Prefazione a I Malavoglia, Milano, Rizzoli/Grandi classici Bur, 2019)

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«  (…) Mandando a picco, in una burrasca di mare, sotto i segni della fatalità, la Provvidenza manzoniana, cioè la barca dei Malavoglia denominata Provvidenza, Giovanni Verga faceva in effetti più rivoluzione di Mario Rapisardi. Nella Provvidenza che va a fondo c’è più Risorgimento che nelle esaltazioni di Lucifero e di Satana. Ma violentemente dispiegando illusioni rivoluzionarie su una realtà dolorosamente immobile, sulla realtà disillusa mortificata tragica che Giovanni Verga veniva rappresentando, Rapisardi aveva ovvio vantaggio nei riguardi di Verga: e soltanto il tempo la storia la formazione di una cultura nazionale avrebbero respinto e ristretto l’autore del Lucifero ad una breve antologia di idilli, contemporaneamente svelando l’opera di Verga in tutta la sua grandezza. Intanto, facendo a meno di vedere in quale misura e dentro quali limiti agiscano nell’opera di Verga gli ideali del Risorgimento, una semplice ma essenziale considerazione s’impone: ed è pur operando su una realtà di cui la storia pareva aver respinto definitivamente e senza appello le istanze (…), pur rappresentando come fatale e irrimediabile l’esclusione dalla storia e irrevocabile l’immobilità economica e politica del popolo siciliano, Verga inconsapevolmente portava questo popolo nel flusso della storia: ponendolo, nella luce della poesia, come “problema storico” nella coscienza della nazione e dell’umanità.  Nel momento stesso in cui, sotto i segni di una condizione umana senza speranza, questa condizione umana veniva a partecipare della speranza, della storia; in una parola: del Risorgimento. Perché, questo è il punto, l’esistenza di uno scrittore come Verga è di per sé un fatto “risorgimentale”; un fatto che non si sarebbe potuto dare se la Sicilia non fosse stata effettivamente toccata dal Risorgimento nazionale. Uno scrittore come Verga conta come fatto sostanziale dell’Unità d’Italia: e a paragone si possono considerare accidentali, se non addirittura negativi per la causa del Meridione, i governi presieduti da uomini politici siciliani. Questa constatazione, alla quale noi muoviamo da una prospettiva storica ormai definita, Verga non fu in grado di fare: perché era un uomo di sentimenti e non di idee; e perché, a inquadrare i suoi sentimenti nelle idee che muovono la storia, non ebbe, sebbene il De Sanctis ne avesse preparato il terreno, una critica. (…)

Nella sua particolarità  biografica, psicologica, il caso di Verga ha qualche analogia con quello del Belli: la cui opera, indubbiamente rivoluzionaria, appare sciolta da ogni rapporto con le convinzioni e il comportamento del suo autore. Verga è unitario, antiautonomista, “crispino” e monarchico in politica; pessimista, e addirittura preoccupato da una specie di superstizione, nei riguardi della società: e da questa superstizione portato a dar sorte di annientamento ad ogni tentativo di “ascesa sociale” (“i vinti”). Ma assumendo come materia della loro arte la vita del popolo, entrambi giungono a quella che De Sanctis avrebbe detto “la grande abbreviazione del pensiero umano”: ad un mondo in cui le idee si abbreviano in immediate immagini di verità. Quando Verga confessava a Francesco Guglielmino di non poter andare oltre il primo capitolo della Duchessa di Leyra perché non riusciva a far parlare gli aristocratici («la gintuzza sapevo farla parlare»), veniva inconsapevolmente a porre l’indissolubilità del fatto morale dal fatto estetico, della realtà dalla storia. (…) Verga aveva raggiunto “la grande abbreviazione del pensiero umano” che è la vita del popolo: credeva di aver soltanto raggiunto “una realtà che non mentiva”; ma aveva anche raggiunto la storia ».

(Leonardo Sciascia, Verga e il Risorgimento, in PIRANDELLO E LA SICILIA, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1961. Nuova edizione: Milano, Adelphi/Piccola Biblioteca, 377, 1996)

I MALAVOGLIA al cinema

LA TERRA TREMA

(Italia, 1948)

Regia di Luchino Visconti. Prodotto da Salvo D’Angelo per la Universalia. Soggetto di Luchino Visconti liberamente tratto dal romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga.  Sceneggiatura di Antonio Pietrangeli, Luchino Visconti. Direttore della fotografia: G.R. Aldo (Aldo Graziati). Operatore alla macchina: Gianni Di Venanzo. Montaggio di Mario Serandrei.  Commento musicale coordinato da Luchino Visconti e Willy Ferrero. Tecnico del suono: Vittorio Trentino.  Assistenti alla regia: Francesco Rosi, Franco Zeffirelli. Interpreti e personaggi: Antonio Arcidiacono (‘Ntoni), Nelluccia Giammona            (Mara), Agnese Giammona (Lucia), Giuseppe Arcidiacono (Cola), Nicola Castorina (Nicola), Giovanni Greco (Nonno), Maria Micale (la madre), Concettina Mirabella (Lia), Rosario Galvagna (don Salvatore), Lorenzo Valastro (Lorenzo),  Rosa Costanzo (Nedda), Raimondo Velastro (Ramunnu), Alfio Valastro (Bandiera), Ignazio Maccarrone (Maccarrone), Antonino Vicale (Vanni), Giuseppe Fichera (il clandestino), Salvatore Vicari (Alfio). Distribuzione: C.E.I.A.D. Bianco e nero. Rapporto: 1,33: 1. Durata: 162 minuti.

(in GALLERY uno scritto di Luchino Visconti sul film pubblicato in La terra trema – Un film di Luchino Visconti, a cura di Sebastiano Gesù, Comiso, Edizioni Salarchi Immagini/Edizioni Centro Studi Lipari, 2006)

MALAVOGLIA 

(Italia, 2010)

Regia di Pasquale Scimeca. Prodotto da Amedeo Bacigalupo per Arbash Film, Rai Cinema, Cinesicilia. Soggetto di Pasquale Scimeca liberamente tratto dal romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga. Sceneggiatura di Pasquale Scimeca, Tonino Guerra, Nennella Bonaiuto. Fotografia di Duccio Cimatti. Montaggio di Francesca Bracci. Musiche di Alfio Antico. Scenografia di Paolo Previti. Costumi di Grazia ColombiniInterpreti e personaggi: Giuseppe Firullo (Padron ‘Ntoni), Antonio Curcia (‘Ntoni), Omar Noto (Alessi), Doriana La Fauci (la Longa), Greta Tomasello (Lia), Salvatore Ragusa (Michele), Giovanni Calcagno (il cantastorie). Distribuzione: Istituto Luce, Cinecittà. Colore. Rapporto: 2,35:1. Durata: 90 minuti.  

 

 

 

 

Sinossi: 

È la storia di una famiglia e di tutto un paese: Aci Trezza, villaggio di pescatori vicino a Catania. A comporre la famiglia dei TOSCANO, soprannominata MALAVOGLIA per antifrasi secondo la tradizione della ‘ngiuria, c’è PADRON ‘NTONI, che incarna da patriarca i valori di autorità e dedizione al lavoro e alla famiglia, insieme al figlio BASTIANO, detto BASTIANAZZO, il quale è sposato con MARUZZA, detta LA LONGA. BASTIANO e MARUZZA hanno cinque figli: l’irrequieto e insoddisfatto ‘NTONI, desideroso di qualcosa che rompa la monotonia e la miseria di una vita senza scosse; LUCA, laborioso e tenace come il nonno; FILOMENA, detta MENA o “SANT’AGATA” perché sempre attaccata al telaio; e poi ALESSIO, detto ALESSI, e ROSALIA detta LIA. Unico possedimento dei MALAVOGLIA è la Casa del Nespolo dove abitano e che è stata comprata con i risparmi faticosamente guadagnati. L’azione inizia poco dopo l’avvenuta Unità d’Italia, nel 1863, quando ‘NTONI parte per il servizio militare a Napoli. È la prima volta che un membro della famiglia dei MALAVOGLIA parte per la leva nell’esercito del Regno d’Italia e sarà questo evento (che rappresenta simbolicamente l’irruzione del mondo moderno in quello rurale della Sicilia contemporanea) a segnare l’inizio della rovina della famiglia stessa alla quale viene a mancare il sostegno del lavoro di ‘NTONI. Questi torna a casa, traumatizzato ma anche galvanizzato dall’esperienza militare, e ritrova i suoi parenti in crisi per via dell’annata cattiva che li ha costretti ad arrangiarsi anche per provvedere alla dote di MENA, ormai arrivata all’età da matrimonio. Non potendo affidarsi, come al solito, alla Provvidenza, PADRON ‘NTONI ha acquistato incautamente una grossa partita di lupini, peraltro avariati, da un sordido compaesano usuraio chiamato ZIO CROCIFISSO (oppure CAMPANA DI LEGNO) in ragione delle sue continue lamentele e del suo pessimismo. A bordo della piccola barca da pesca a cui è stato il nome di la Provvidenza (principale mezzo di sostentamento della famiglia), il carico era stato affidato a BASTIANAZZO per una vendita a Riposto, ma un’improvvisa tempesta aveva travolto l’imbarcazione facendo annegare lo stesso BASTIANAZZO insieme al suo garzone. Intorno al tema della sventura dei MALAVOGLIA è nato un fitto tessuto orchestrale della vita del villaggio, pullulare di voci curiose e aspre, oltre che di interessi e rancori. Ora in a solo ora in coro, a voce spiegata o in sordina, quando accostandosi per simpatia alla famiglia o quando scostandosene per improvviso egoismo: tutta una trama straordinariamente vivace che non abbandona mai lo svolgersi doloroso del dramma fatto di rovesci, colpo su colpo, contro i MALAVOGLIA. E così ‘NTONI, restio a riprendere la dura vita da pescatore, si trova invischiato nelle avversità provocate da quella sventura: la Provvidenza va riparata e, in più, ZIO CROCIFISSO pretende il pagamento dei lupini. Per discutere il debito, PADRON ‘NTONI si reca dall’avvocato SCIPIONI, il quale sconsiglia di ripagarlo, perché questo comporterebbe la rovina economica e perché non esiste un atto di vendita. Inoltre la Casa del Nespolo, nelle mire dell’avido creditore, è un bene relativo alla dote di MARUZZA, e quindi  intoccabile per le leggi del tempo. I MALAVOGLIA però, vincolati alla loro idea di onorabilità , decidono di pagare comunque il debito e cedono la loro abitazione al sensale PIEDIPAPERA, perché è a lui che ZIO CROCIFISSO ha finto di trasferire il proprio credito. Intanto, al giovane LUCA tocca di partire al fronte, non essendo stato riformato a causa del fratello ‘NTONI che aveva abbandonato in anticipo di sei mesi il proprio servizio militare. La malasorte gli riserverà una morte prematura durante la battaglia di Lissa. Una volta trasferiti in una nuova abitazione in affitto ai MALAVOGLIA non resta che riparare la Provvidenza  per riprendere a lavorare. L’aver ceduto la Casa del Nespolo comporta inoltre  la rottura del fidanzamento di MENA con BRASI CIPOLLA, figlio del maggiore possidente del villaggio, del quale non era però mai stata innamorata, preferendogli segretamente l’umile carrettiere ALFIO MOSCA. Nonostante i grandi sacrifici per accumulare denaro al fine di ricomprare la Casa del Nespolo, la reputazione e l’onore della famiglia peggiorano fino a raggiungere livelli umilianti. Un nuovo naufragio della PROVVIDENZA porta PADRON ‘NTONI a un passo dalla morte mentre MARUZZA rimane vittima del colera. L’inquieto ‘NTONI, stanco di lavorare senza ottenere risultati, se ne va dal paese a cercare fortuna, dopo aver sentito dei forestieri parlare di una comunità dove gli abitanti non sono costretti  a lavorare, ma ritorna qualche tempo dopo ancora più impoverito, decidendo di darsi all’ozio e all’alcolismo. Nel frattempo, la famiglia ha dovuto vendere pure la Provvidenza per sbarcare il lunario. La padrona dell’osteria SANTUZZA, da qualche tempo oggetto di interesse amoroso da parte del poliziotto DON MICHELE, si invaghisce di ‘NTONI (che intanto è entrato nel giro del contrabbando), concedendogli un credito illimitato nel suo locale. Ma alla fine, la condotta di ‘NTONI, insieme alle lamentele del padre la convincono però a distogliere le sue aspirazioni dal giovane e a richiamare DON MICHELE all’osteria. Questo determina un litigio tra i due pretendenti, al culmine del quale ‘NTONI accoltella al petto DON MICHELE. Nel corso di una retata anti-contrabbando, ‘NTONI viene arrestato e suo nonno PADRON ‘NTONI, che dopo il naufragio si trascina per le strade come un sonnambulo, finisce per spendere i propri esigui risparmi per pagare un avvocato. Al processo, ‘NTONI viene condannato a 5 anni di carcere per l’accoltellamento, evitando una pena più lunga per motivi “d’onore”. L’avvocato lascia infatti intendere che la rissa è scoppiata perché ‘NTONI voleva difendere la reputazione della sorella LIA, della quale DON MICHELE si era invaghito e che lei aveva respinto. PADRON ‘NTONI però, sentendo le voci sulla relazione tra DON MICHELE e sua nipote LIA, ha un colpo apoplettico. Per qualche tempo, rimane in vita in ospedale immerso in un torpore rotto soltanto dalla necessità di salmodiare, in modo sempre più sconnesso, i propri proverbi (che accompagnano fin dall’inizio la narrazione). Dei MALAVOGLIA rimangono soltanto MENA, che a causa dell’onta subita dalla sorella LIA ha rinunciato a sposarsi con ALFIO MOSCA ed è rimasta ad accudire i figli del fratello ALESSI che nel frattempo ha sposato NUNZIATA. ALESSI è riuscito, lavorando con grande volontà, a ricomprare la Casa del Nespolo dove è andato ad abitare con la sua nuova famiglia. La notizia dell’acquisto viene comunicata in extremis al vecchio PATRON ‘NTONI che così può morire con il sorriso sulle labbra.  Alla fine, uscito di prigione, anche ‘NTONI ritorna a casa ma, nonostante i ripetuti inviti di ALESSI, decide di partire in cerca di fortuna, sopraffatto dalla pena tra rimorsi e ricordi dolorosi. Attorno ai MALAVOGLIA, poi, si muove tutta la gente di Aci Trezza e vengono accennate le tante storie del quotidiano travaglio (fatto di desideri e pene) dei suoi abitanti, protagonisti e comprimari.

 

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