lunedì, 21 agosto 2017

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Everest. Mito in un atto di Vitaliano Brancati – Prima edizione 1931

Everest. Mito in un atto di Vitaliano Brancati – Prima edizione 1931

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Autore/i:  Vitaliano Brancati

Tipologia:  Opera teatrale

Editore:  Studio Editoriale Moderno

Origine:  Catania

Anno:  1931 (20 maggio)

Edizione:  Prima

Pagine:  84

Dimensioni:  cm. 22,5 x 16,5

Caratteristiche:  Brossura con 2 xilografie in bianco e nero di Beppe Assenza ai piatti di cui una ripetuta al frontespizio. All'interno 9 xilografie in bianco e nero di Beppe Assenza

Note: 

Prima edizione di Everest, opera teatrale di Vitaliano Brancati pubblicata da Studio Editoriale Moderno di Catania nel maggio del 1931. Si tratta della seconda pubblicazione dello scrittore catanese (dopo il poema drammatico Fedor): un testo scritto nel 1928, rappresentato a Roma il 5 giugno del 1930 e in seguito abiurato dall’autore. La prefazione è del giornalista Telesio Interlandi, fondatore e direttore fino al 1943 del famigerato quindicinale fascista La difesa della razza.

 

IL PRIMO BRANCATI

« I primi documenti di Brancati scrittore, quelli incerti del teatro e poi quelli già più sicuri degli esordi narrativi, escono in un periodo della nostra letteratura nel quale la recente esperienza della prosa d’arte contendeva spazio all’impegno nuovo del reale. (…) Brancati piega storie privilegiate al servizio di una rappresentazione innalzata nei toni, dove il tracciato degli stati d’animo spesso si muove in sintonia con gli avvenimenti della cronaca via via accumulati e intesi come surrogato della storia. Filtra lo scandaglio dell’io, però troppo circoscritto dall’enfasi del suo ruolo, troppo esaltato dalle singole scoperte e quindi pronunciato con valore di tesi, di rapporto con gli ambienti osservati oltre i confini dei dati visibili, per il recupero di sensi celati e per la forzatura dei dati stessi in chiave di attesa, di mutamento sognato, di mistificazione in favore di vaghe possibilità sovvertitrici. La trattazione si scopre confusa rivelando, nel groviglio barocco del descrittivismo, il disagio morale dell’autore nei confronti delle immagini più corpose della vita nazionale (…). Certo, la pagina si muove all’insegna dei motivi della cultura corrente, trova colori nella retorica dannunziana, accoglie le voci decadenti della sconfitta e della sensualità, cerca il conforto dell’estenuazione languida e, di rimando, si inorgoglisce della forza e dell’attivismo. Oscuramente Brancati comprende la mancanza di sinceri ideali, la sfiducia infiltrata e nascosta dietro l’imperante ottimismo del regime, ma ancora non intravede con chiarezza la possibilità di accordarsi con più semplici e felici interpretazioni del reale, senza infingimenti e manomissioni. (…) I cedimenti alla maniera partono da lontano, da Fedor, poema drammatico in quattro atti e un prologo, iniziato nel 1924 e pubblicato più tardi, nel ’28. (…) »

 

SU EVEREST

« Di poco posteriore al Fedor è il «mito» in un atto Everest (edito nel ’31), giocato sulla trasfigurazione della realtà in un visionario mondo avveniristico in cui si incarna il simbolismo politico di una società fondata sulla validità della forza, del coraggio irrazionale, dell’entusiasmante scalata delle «vette» («Una società umana dell’avvenire – appunta Interlandi nella breve presentazione dell’opera – vive nel clima ideale creato dagli italiani di Mussolini; ha le sue radici morali in quel lontano tempo e tende, con le sue estreme vette, a una cima, su cui si scoprirà il segno del Condottiero»). La creazione di una colonia felice svincolata dal tempo e dalla storia brucia tutte le possibilità di escano psicologico, di indicazione dinamica dei caratteri. Urgono tonalità retorico-evocative e la descrizione parcellare di qualche azione rifluisce in una specie di sensività imprecisata, nel linguaggio profetico operante senza il velo della parodia. I personaggi trascorrono in un’atmosfera incantata che li fa uguali (anche Francesco, l’uomo della paura, l’uomo il cui eroismo ha «il fiato corto», riafferma con la solitudine che lo distingue dagli altri abitanti della mitica città, con la «gran caduta nel buio», con il suicidio, la trascendenza dell’ascesi collettiva), livellandone i ferimenti e parole, immergendoli nel mistico slancio dell’ideale. Esemplare l’eccitazione di Targhi («Benissimo, benissimo! Ma poi, all’alba, non so come, ci trovammo tutti sulla via della montagna… Ci guardammo negli occhi; nessuna rinunzia, nessun pentimento, nessuna debolezza… Avanti, allora!»). A tale dimensione ipnotica, a tale trionfo fideistico sfugge tuttavia qualcosa di più terreno: è il lieve, sommesso dislocarsi di una nota domestica, la scoperta delle piccole gioie elargite dal cuore, fuori dalle grandi chimere, è il raccolto incanto che Carmela e Francesco sentono, miracoloso traguardo, con il loro amore («Ma immagina come mi tremeranno le mani, ogni sera, quando chiuderò la porta, e tu mi sarai dietro, col lume… al pensare che, fuori di casa, è rimasto il mondo, e dentro tu, per cui brucerei sette mondi messi in fila»). In questa discontinua pièce, così materiata dalle illusioni politiche del giovanissimo Brancati, il sogno della vita semplice e assediata è il varco alla sopravvivenza, l’unica possibile via di salvezza dalla brutale potenza del gesto: ma il sogno stesso per toccare una svolta poetica avrebbe dovuto comportare lo scatto regressivo verso la disgregazione tranquilla, nominale, del compatto e omogeneo corpus del mito, della visionarietà ossessiva. Un ritorno ininterrotto al molteplice disperso, all’incanalarsi di situazioni intime, all’episodicità oggettuale di tipo liberatorio. Ma in Everest si vanifica la densità testuale, il prospetto espressivo non annovera l’esperienza dell’ordine morale, non rientra nell’operazione di diagnosi dell’elemento umano; un’impossibile rifondazione semantica cede ogni ricchezza di restituzione del vero, ogni epifania di temporalità ».

( da Vitaliano Brancati di Giuseppe Amoroso, La Nuova Italia, Il Castoro, n.133, gennaio 1978)

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