mercoledì, 22 maggio 2019

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Cuore di tenebra  (Heart of Darkness) di Joseph Conrad  – Prima edizione italiana

Cuore di tenebra (Heart of Darkness) di Joseph Conrad – Prima edizione italiana

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Autore/i:  Joseph Conrad

Tipologia:  Romanzo

Editore:  Bottega di Poesia

Origine:  Milano

Anno:  1924 (dicembre)

Edizione:  Prima italiana

Pagine:  256

Dimensioni:  cm. 19,3 x 12,5

Caratteristiche:  Brossura editoriale di colore arancio, titoli in nero

Note: 

Prima edizione italiana di Heart of Darkness dello scrittore inglese di origine polacca Joseph Conrad (Józef Teodor Konrad Korzeniowski) pubblicata nel 1924 dalle edizioni Bottega di Poesia di Milano con la traduzione di Alberto Rossi e con una nota degli editori datata dicembre 1924. La prima edizione originale del romanzo uscì nel 1899 sulle pagine inglesi del Blackwood Magazine. Fu pubblicata per la prima volta in volume nel 1902 nella raccolta di romanzi conradiani Youth. A Narrative, and two other stories dalla William Blackwood & Sons. Dopo la prima edizione italiana del 1924, tre anni più tardi, la Sonzogno pubblicò Cuore di tenebra in brossura nella collana I grandi romanzi d’avventura”.

 

IL ROMANZO

Romanzo breve fra i più autobiografici di Conrad – che fu in Congo per alcuni mesi nel 1890 e registrò le sue esperienze in due taccuini pubblicati postumi, i Diari del Congo (Congo Diaries) – Cuore di tenebra venne scritto in un momento in cui in tutta l’ Europa, ma particolarmente in Inghilterra, infuriava una violenta campagna di stampa contro i metodi della politica coloniale di Leopoldo II in Congo. Ma il fatto che né il Belgio né il Congo siano menzionati nel libro significa che, al di là di essi, Conrad rappresentare e condannare il colonialismo stesso in quanto tale, cioè la spoliazione e spartizione del “grande corpo” dell’Africa allora perseguita da tutte le nazioni europee (e di cui l’apolide Kurtz è il simbolo). D’altra parte, la condanna dei crimini del colonialismo si raddoppia nell’analisi della “degenerazione” a cui va incontro l’uomo “civile” quando dentro diluì vengono meno i labili freni inibitori su cui qualunque civiltà si edifica. Un tema, questo, che Conrad aveva già affrontato in un altro racconto di ambientazione  africana, Un avamposto di progresso (An Outpost of Progress, 1897) e che qui riprende sviluppandolo fino alle estreme conseguenze.

« In  Heart of Darkness è trasfigurato magistralmente un episodio reale della vita del suo autore: il viaggio compiuto nel Congo del 1890, di cui egli lasciò traccia in un diario pubblicato postumo. La narrazione, tutta riferita da Marlow in prima persona come osservatore diretto e protagonista, si può dividere in due parti: il lungo viaggio da Bruxelles alla stazione centrale sul Congo, e poi il viaggio fluviale fin nel “cuore delle tenebre” alla ricerca di Kurtz e il ritorno. La prima, tutta pervasa dall’acre ironia contadina, serve a maturare con il suo ritmo lento l’atmosfera di attesa per la misteriosa figura di Kurtz e contiene dei passi stupendi (la nave da guerra francese che cannoneggia il continente africano, stupidamente, inutilmente; l’orrore del boschetto della morte, ecc.). Nella seconda, piena di suspense, direttamente o indirettamente domina Kurtz, l’uomo il cui cuore era diventato preda delle tenebre. Il “cuore delle tenebre” è quindi contemporaneamente il cuore misterioso di una terra primitiva, il Congo, e il cuore di Kurtz: e, più simbolicamente ancora, il cuore inconscio dell’intera umanità. Il racconto fa leva sin dal principio sulla parola “darkness”, con tutte le sue implicazioni, creando così un’atmosfera sempre più cupa e allucinante. Anche la stesa figura di Kurtz resta sino alla fine avvolta nel mistero senza prendere contorni precisi,  senza mai rivelare pienamente l’orrore della sua anima. Siamo sempre nel tema dell’incomunicabilità e dell’alienazione umana. Sono state sottolineate le affinità di questo allucinante racconto con The Turn of the Screw (Il giro di vite) di Henry James: ambedue espressioni dell’indicibile e inesprimibile quintessenza del male. Heart of Darkness è infine una coraggiosa denuncia del colonialismo, dettata in termini così sentiti e precisi che, dopo oltre mezzo secolo, ha mantenuto intatta tutta la sua validità, acquistando addirittura, nel caso particolare del Congo, un valore altamente profetico. »

( Ugo Mursia, Nota a Tutti i racconti e i romanzi brevi di Joseph Conrad , Milano, Mursia Editore, 1979 )

 

« (…) Testo quant’altri mai stratificato, Heart of Darkness esige di essere letto a molteplici livelli. Il primo e più immediato è sicuramente quello politico. Al di là della condanna dell’«egoistica» e «inefficiente» amministrazione coloniale belga, Conrad disegna un quadro che vuole essere un atto di accusa nei confronti di ogni colonialismo bianco, non escluso quello britannico. Ne è prova il fatto che i personaggi messi in scena nel racconto appartengono alle più diverse nazioni europee: se la nave che porta Marlow in Congo è francese, il capitano del battello che traghetta da Boma a Matadi è svedese, l’”assistente” di Kurtz è russo, e Kurtz stesso è tedesco. Anzi, Kurtz riassume in sé tutta l’Europa: tedesco al servizio dei Belgi, suo padre è mezzo francese e sua madre mezza inglese, ed egli ha ricevuto un’educazione inglese e professa «idee» inglesi. L’intera politica coloniale europea è dunque presa di mira; anzi è l’idea stessa di colonializzazione= civilizzazione in quanto atto di violenza esercitato su popolazioni che, per il solo fatto di essere diverse, vengono ritenute inferiori (“incivili”) e sono quindi fatte oggetto della «missione civilizzatrice» di cui i bianchi si sono autoinvestiti. (…) Ma non solo, in tal modo, tutto il presente dell’Europa è chiamato in causa, bensì lo è anche il suo passato. A ciò servono i due riferimenti, posti all’inizio del racconto,all’epoca elisabettiana e a quella romana. (…) Se tanto è vero, non bisognerà concludere che il «cuore delle tenebre» è proprio la civiltà occidentale? Che è essa a oscurare con le sue tenebre il «cuore bianco» dell’Africa? Non è forse questo che intende Marlow quando dice che il «blank space» è diventato, a seguito delle esplorazioni, «a place of darkness»? Né sarà un caso, allora, che il racconto si apra e si chiuda su due scene di darkness riguardanti precisamente la Civiltà, il suo centro: Londra, la capitale del Mondo Moderno, la città dell’Uomo Occidentale. (…) Una civiltà, quella europea, che si presenta come un enorme vuoto. Fin dalle prime pagine del racconto, il mondo e le azioni dei bianchi sono contrassegnati da immagini di vuoto e svuotamento. Bruxelles, «città sepolcrale», «città dei morti», è una città di strade deserte, di grandi palazzi dagli androni e scaloni e saloni altrettanto deserti nei quali si amministra il vuoto della “civiltà” per diffonderlo poi all’esterno con un gesto che è, precisamente, di svuotamento. L’Europa esporta il proprio vuoto scavando – annientando – il “pieno” dell’Africa. Ecco la cannoniera che alla cieca fa fuoco «su un continente», ecco i «pellegrini» che sparano a casaccio contro un ippopotamo, contro la foresta, contro i «selvaggi». Il vuoto che essi producono, che la “civiltà” bianca produce, Marlow se lo vede davanti nella waste land che lo attende appena sbarcato: colline sventrate dalla dinamite, voragini aperte nel terreno in cui arrugginiscono gli stessi oggetti-segni della (sua) “civiltà”: caldaie, vagoncini, rotaie…; il battello di cui egli dovrebbe assumere il comando, con la carena squarciata; e poi i «lavoratori» indigeni dagli «enormi occhi vacui» che fissano il nulla, il corpo macilento e spettrale come a seguito di qualche «massacro o pestilenza» che li abbia svuotati di ogni energia e vitalità riducendoli a «nere ombre di malattia e di fame», «forme moribonde»; per finire con gli stessi agenti della «Compagnia», tutti uomini vuoti (hollow men), dal ragioniere-capo al direttore, dal fabbricante di mattoni allo stesso Kurtz. Uno sfacelo, una devastazione: questo è ciò che il colonialismo produce. (…) E poi naturalmente c’è Kurtz, la figura stessa – tragica perché intimamente lacerata – dell’oggettiva menzogna del colonialismo. Egli è l’uomo venuto in Africa con «grandi e nobili» idee di sviluppo e di progresso: è l’«emissario della pietà e della scienza», il portatore della “luce” che deve dissolvere le “tenebre”, del bene che deve redimere il male. (…) Attribuendo a Kurtz le parole, o meglio le formule e i clichés, di Stanley e di tanti altri “apostoli” della colonizzazione, Conrad fa di lui il simbolico portavoce dell’ideologia imperialistica e presenta la sua «vibrante eloquenza» come uno specimen della retorica colonialistica. Ma dietro siffatta retorica e ideologia, Kurtz è anche l’incarnazione della realtà del colonialismo come politica di conquista, sfruttamento e sterminio. Egli sogna un grande impero “privato”, sogna – come il Nietzsche folle degli ultimi anni – che re e principi vadano a riceverlo alla stazione al suo ritorno in Europa, sogna un potere esteso a tutta l’Africa, a tutta la terra. (…) Kurtz è il potere (bianco) che si appropria della natura, che distrugge la wilderness e ne massacra gli abitanti riducendo ogni forma di alterità alla propria (vuota) identità. (…)

Se Heart of Darkness si limitasse a questo, tuttavia, non sarebbe il testo ricco e complesso che è, e se noi lo leggessimo soltanto in questa chiave, rischieremmo di non coglierne gli aspetti più rilevanti e inquietanti. (…) In realtà, la denuncia dello sfruttamento colonialistico  è solo il punto di partenza dell’esperienza (e della narrazione stessa) di Marlow, l’avvio di un processo conoscitivo – e autoconoscitivo – che lo porterà ben oltre lo sgomento con cui egli assiste allo scempio perpetrato dagli europei in Africa. (…) Marlow apprende che Kurtz è diventato lui stesso, ormai, (come) un selvaggio: non solo vive in mezzo ai natives, ma li guida in razzie che gli procurano enormi quantità di avorio, è venerato da loro come un dio e si compiace di «riti innominabili» (verosimilmente cannibalici) che essi compiono in un suo onore. (…) Una “follia”, certo, quella di Kurtz. Come Marlow dirà, «la sua anima era folle. Sola in quella solitudine selvaggia, aveva guardato dentro di sé e, perdio, era impazzita». Ma si pone la domanda: com’è possibile una tale “follia”? Che cosa l’ha provocata? La risposta sta nelle parole di Marlow: Kurtz aveva guardato dentro di sé … La wilderness gli aveva «sussurrato sul suo conto cose che egli ignorava, cose di cui non aveva avuto alcuna idea fino al momento in cui si era consultato con quell’immensa solitudine, e quel sussurro aveva esercitato su di lui un fascino irresistibile ». (…) Il «fascino dell’abominio» a cui Kurtz cede è dunque questo: non la savagery dei neri, bensì la savagery  di qualcosa che egli stesso si porta dentro: «istinti brutali» e «mostruose passioni» che gli appartengono in quanto bianco e che nella wilderness, lontano dai freni e dalle inibizioni della civiltà, trovano solo l’occasione per risvegliarsi e scatenarsi. L’ «abominio», in altre parole, è il ritorno del rimosso, la “liberazione” di tutto ciò che la cultura e la coscienza dell’uomo acculturato seppellisce nell’oscurità dell’inconscio. L’«abominio», insomma, è il «cuore di tenebra» di Kurtz (…). Sua è la tenebra, l’unica vera tenebra che a Marlow sia dato incontrare nel corso del viaggio. (…) A questa tenebra che cosa può opporre Marlow? Come può difendersene? Perché difendersene deve. E lo deve proprio in quanto si rende conto che il destino, la tragedia di Kurtz sono qualcosa di possibile anche per lui. Che Marlow non si sia imbarcato per l’Africa con «immensi piani», che non si sia mai sentito una specie di «apostolo minore», anzi abbia sempre diffidato della retorica della civilizzazione e del progresso, non ha grande importanza. Ciò che importa è che , una volta giunto nella wilderness, anch’egli ne sente il richiamo, ne subisce la (sinistra) «fascinazione». Quanto più si addentra in essa, quanto più si “espone” a essa, tanto più capisce che la regressione di Kurtz, la sua scelta dell’«abominio», la sua volontà di «perdersi», sono una tentazione da cui nemmeno lui, Marlow, è al riparo. Perciò si riconosce in Kurtz. A differenza di lui, però, egli reagisce a questa tentazione. (…) Marlow, lui, vuole restare nella luce. Proprio perché, a differenza degli altri, ha capito la tragedia di Kurtz e (intra)visto l’abisso che minaccia ogni uomo, se ne terrà lontano nel modo che può, se ne difenderà con gli unici mezzi, per quanto fragili e illusori, che ha a disposizione. (…) »

( dalla Introduzione di Giuseppe Sertoli all’edizione Einaudi 1999 di Heart of Darkness (Cuore di tenebra), traduzione di Alberto Rossi e G.Sertoli )

 

Sinossi: 

All’inizio del romanzo, a bordo di un battello ancorato in un porto lungo il Tamigi, cinque membri dell’equipaggio attendono la marea favorevole per poter prendere il largo. Quando arriva la sera uno di loro, un vecchio marinaio di nome Marlow, prende la parola e comincia a raccontare di un viaggio che molti anni prima aveva intrapreso per entrare in contatto con un continente a quell’epoca ancora misterioso e pieno di fascino, l’Africa nera (i nomi dei luoghi, del fiume e della foresta non vengono mai esplicitati).

Marlow – che qui per la seconda volta, dopo Gioventù, compare nel ruolo di protagonista e voce narrante – sin da fanciullo si è sentito attratto da un grande fiume africano, in una regione inesplorata del continente (il Congo) che sulla carta gli sembrava simile a un enorme serpente. Molti anni più tardi,l’uomo viene ingaggiato dalla Compagnia (belga) che in quella regione esercita il commercio delle imbarcazioni usate per il trasporto dell’avorio, materiale molto ricercato in Europa alla fine del secolo XIX. Giunto in Africa, Marlow constata inorridito gli effetti di quella colonizzazione che, secondo la propaganda del tempo, dovrebbe portare la luce della civiltà e del progresso nel “cuore delle tenebre”, mentre in realtà vi porta solo rapina e genocidio oscurando con la sua tenebra il “cuore bianco” dell’Africa.

La base principale della Compagnia, se così si può chiamare il cumulo di baracche che lo accoglie, è inospitale ed inefficiente, gestita da equivoci personaggi tutti invidiosi di un misterioso personaggio il quale sembra essere l’unico in grado di procurare ingenti e costanti quantitativi del prezioso materiale.

È questo l’incarico affidato a Marlow dalla Compagnia: mettersi in viaggio alla ricerca di Kurtz, un agente che dovrebbe trovarsi in una zona dell’interno ma di cui non si hanno più notizie e sul conto del quale circolano strane e inquietanti voci. Risalendo il fiume, a bordo di un rattoppato battello a vapore, Marlow ha l’impressione di viaggiare all’indietro nel tempo verso i più remoti primordi del mondo: un silenzio immenso, una natura selvaggia, un’umanità preistorica. Ad accompagnarlo nel viaggio vi sono altri coloni e indigeni cannibali assunti e pagati con un sottile filo d’ottone lungo non più di trenta centimetri.

Quando finalmente il battello sta per approdare all’accampamento di Kurtz, si leva un clamore terribile: i nativi non vogliono che i bianchi portino via colui che per loro è diventato ormai non solo un capo ma una specie di divinità. Kurtz infatti, proprio lui che era andato in Africa con “grandi e nobili idee” di civilizzazione, ha subito una drammatica metamorfosi trasformandosi in un selvaggio più selvaggio degli stessi nativi: guida razzie nell’interno, presiede a danze notturne che si concludono con “riti innominabili”, insomma è il bianco che, abdicando alla propria coscienza e alla propria identità, ha ceduto a ciò che Marlow chiama “il fascino dell’abominio”, ossia a tutto ciò che la civiltà proibisce e reprime e che qui invece, nella wilderness, riaffiora e dilaga senza più freni o ritegno.

Benché malato e quasi in fin di vita, Kurtz non vorrebbe lasciare la foresta e la “sua” tribù, e a stento Marlow riesce a trattenerlo sul battello che deve riportarlo al “quartiere generale”. Gli occupanti del battello si scontrano con la primordiale ostilità degli indigeni, che hanno fatto di Kurtz una specie di divinità, ammaliati dal suo aspetto, dalla sua determinazione feroce e priva di scrupoli e soprattutto dalla sua voce. Marlow rimane affascinato dal personaggio senza essere in grado di darsi una vera spiegazione.

Inizia il viaggio di ritorno, ma ormai è troppo tardi per salvare Kurtz: perso nella sua stessa tenebra interiore, nel suo “cuore fatto di tenebre”, egli muore pochi giorni dopo gridando: «L’orrore! L’orrore!» ed è seppellito nel fango del fiume quasi per cancellarne la memoria. E tuttavia quel grido, dice Marlow, è stato un supremo atto di “autoconoscenza” e, come tale, una vittoria: con esso Kurtz ha “tirato le somme” e si è giudicato. Perciò Marlow lo definisce “un uomo notevole” e rimarrà fedele al suo ricordo custodendone la tragica verità senza rivelarla a nessuno. Prima di morire, Kurtz gli ha consegnato un pacco contenente delle lettere e la fotografia di una giovane donna.

Quando, tornato a Londra, Marlow  incontra la donna, che si definisce la vedova di Kurtz anche se è la sua fidanzata, lei gli chiede quale sia stata l’ultima parola dell’uomo che ha amato. Marlow le risponde: «Il vostro nome». Una pietosa menzogna: ma anche l’amara, scettica consapevolezza che il mondo ha bisogno di illusioni e finzioni per sopravvivere.

 

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