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Ciprì & Maresco: Prove tecniche di “cult” – Così il duo esordì su TVM (“Cinico Tv” trent’anni dopo), in “la Repubblica-Palermo”, 12 aprile 2022

Ciprì & Maresco: Prove tecniche di “cult” – Così il duo esordì su TVM (“Cinico Tv” trent’anni dopo), in “la Repubblica-Palermo”, 12 aprile 2022

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  martedì 12 aprile 2022

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Dallo scrosciante effetto sabbia della sigla emerge in bianco e nero una torbida veduta di periferia palermitana, dove un povero cristo, aspirante suicida, sta disteso trasversalmente sui binari assistito da altri due poveri cristi e incalzato dalla voce stentorea del suo intervistatore.

«Signor Lo Giudice, altri al posto nostro le chiederebbero da quanto tempo aspetta. Ma, lei capisce, sarebbe troppo facile fare ironia sui ritardi dei treni italiani. Noi invece più umanamente le chiediamo: il treno che la schiaccerà dov’è diretto?»

Con raggelanti cose mai viste come queste (che ci vuole coraggio a chiamare semplicemente sketches), a partire dal 7 aprile di trent’anni fa, dallo stesso maledetto 1992 delle stragi mafiose, l’onda anomala di Cinico Tv della premiata ditta Ciprì & Maresco travolse, destabilizzandoli temporaneamente, i palinsesti della Raitre sperimentale che fu di Angelo Guglielmi, sfidando lo sguardo a quel tempo ancora eterodiretto del telespettatore generalista.

Una sfida che, per le schegge di questo sulfureo format, durò in Rai fino al 1994. Prima in Blob e come venefico contrappunto alla satira di programmi come Avanzi e Cielito lindo, e più tardi nell’aurea clandestinità del Fuori Orario di Enrico Ghezzi, mentre ogni tipo di censura troncava la possibilità (per la verità mai cercata) di accesso al mainstream su piccoli e grandi schermi.

Com’è noto, per Franco e Daniele è stato proprio Ghezzi il nume tutelare, lo sdoganatore appassionato capace di far detonare l’ordigno cinico, dopo esserne rimasto criticamente folgorato nel 1990 al Festival Anteprima di Bellaria, dove premiò i tre minuti della loro prima uscita autorale, Illuminati, straziato fin de partie del paraplegico abbandonato e poi strangolato in una delle tante strade perdute del teatrino apocalittico made in Palermo.

Ma il vero inizio dell’impresa ciprìmareschiana risale (per non farla troppo lunga) a due anni prima, quando ad assecondare i due maudits c’era Anna Manzo, che mise a disposizione gli studi dell’emittente di famiglia TVM, della cui programmazione fece parte innanzi tutto, nel settembre 1988, Interno notte, contenitore “culturale” di 50 minuti che aveva come set il salottino di casa ingombro di libri del sottoscritto (iniziale fiancheggiatore del duo), e per la quale Maresco intervistò il suo teatrante elettivo, Franco Scaldati, di cui la nostra Cooperativa Rosebud (a cui partecipava Roberto Giambrone) aveva già prodotto Occhi per la stagione 1987 delle ericine Giornate delle Arti di Carlo Quartucci e Carla Tatò.

In quel periodo, era la sala di montaggio di casa Ciprì il laboratorio dei primi assemblaggi di repertorio kubrickiano e hitchcockiano in superVHS, sfogo ingenuamente sofisticato di una condivisa libido da cinefili che aveva già sparato molte delle sue cartucce dalla trincea del cinema Nuovo Brancaccio di Paolo Greco.

Furono queste le occasioni che alimentarono il brodo primordiale di Cinico Tv, distillato dell’estenuante ricerca di uno sguardo primitivo eppure nuovissimo che seppe farsi macchina profetica di fine-di-mondo-qui-e-ora (il nostro Novecento in liquidazione), officina di un humour fou che frullava esteticamente rabbie e ossessioni vissute nella vita vera (che per Maresco non fu mai facile) e nella vita mediata da fruttuose letture e visioni.

Nei meandri della TVM del 1989, davanti a un tendaggio alla Twin Peaks di Lynch, una delle prime icone ciniche, Marcello Miranda, faceva l’Uomo in vendita, parodia del “tragicomico involontario” delle aste che allora sostenevano l’economia delle Tv private agli albori del berlusconismo. E Franco, già diventato sadiana voce off di quelle prime strisce, presentava con polemica commozione i reperti del prediletto mondo perduto di Jazz, blues e altro, prototipo in nuce dei suoi futuri docufilm.

Set privilegiato di molti dei primi gruppi scultorei del Cinicomondo, come degli acuminati sberleffi alla minacciosa presa di potere di “Belluscone”, fu l’abitazione dell’ormai leggendario Franco Tirone ciclista, il cui orgoglio era quello di non essersi “mai fatto trainare” durante le gare a cui aveva partecipato da giovane, trasformato in messaggero della disgrazia toccata a zia Rosa, inquilina scivolata fatalmente su una buccia di patata, in Pasta e patate, altro originario cortometraggio della coppia che sedusse autorevoli giurati dei festival di cinema indipendente a quel tempo assai radi. Seguirono pezzi memorabili come La madonna dell’Oreto o come L’alba del killer dove il peloso Pietro Giordano (incarnazione portante dell’impresa cinica almeno quanto lo statuario Paviglianiti dell’“atto grande”) veniva percosso da alcuni meschini freaks sottoproletariche emulavano le scimmie del Pleistocene in 2001-Odissea nello spazio.

Da allora in poi, fino allo scioglimento della ditta nel 2008, Franco e Daniele (prima con le imprese di Mafiaman e Rocco Cane e poi con il contrastato exploit dei lungometraggi che hanno fatto storia) si sono portati appresso la buffa Palermo anti-epica votata all’abbandono in una trasfigurata topografia della catastrofe che comprende i desolati crocevia di Brancaccio assieme a certe evocative porzioni architettoniche di Zen 2, via Adorno al fiume Oreto, piazza Sant’Euno, via dell’Ermellino, via San Giacomo alla Guilla.

Location che, di quel degrado, hanno reso iconicamente pregevole una visione romanticamente nichilista fondata sul principio di una rigorosa vocazione da artisti contro a cui il duo cinico non ha mai voluto rinunciare. Al punto da rompere sdegnosamente un contratto con la Filmauro di De Laurentiis (chi diavolo lo farebbe oggi?), e da rifiutare offerte per ben remunerati spot pubblicitari.

Quando, proprio all’indomani dell’incursione a Blob, Maurizio Costanzo li richiese per una puntata del suo popolarissimo teleshow al Parioli, fu Ghezzi a opporre per sé stesso e per loro un “no, grazie”. Credendo di avere a che fare con una coppia “comica” alla Stanlio & Ollio, Costanzo insistette per avere un contatto diretto con quegli autori allora invisibili, lanciando una domanda che lasciò senza parole il mentore Enrico: “Quale dei due è quello grosso?”.

Più Cinico di così…!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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