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Armò, il palermitano che ideò il teatro di guerra

Armò, il palermitano che ideò il teatro di guerra

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  18 ottobre 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

“Io tante volte prendo questa testa /che sul collo mi resta, / e la stringo così, come un limone, / con tale compressione, / che, se n’avesse, n’uscirebbe sugo,/ per cacciare un pensier che poi non fugo”. Sono versi autoironici di Giacomo Armò, classe 1900, del cui umorismo a rime piane e sdrucciole rimane scarsa la traccia nei dizionari letterari. Altrettanto può dirsi del suo surreale teatro che, tra gli anni Trenta e Quaranta, riuscì a raccogliere un certo provinciale consenso quando fu rappresentato nei palcoscenici dell’Italietta di Mussolini. È per merito della sua vicinanza (ideale più che stilistica) alle estreme sponde del Futurismo se continuano a essere ricercate dai bibliofili le pubblicazioni di questo vulcanico giornalista e drammaturgo, nato accidentalmente a Modena ma palermitano come il padre e come l’omonimo nonno senatore che fu ministro di Grazia e Giustizia e Culti del breve governo Giolitti I (quello dello scandalo della Banca romana). Proprio di Filippo Tommaso Marinetti, quando questi si convertì nuovamente al fascismo per sostenerne le imprese imperialistiche e coloniali, Armò pubblicò il manifesto sulla «Nuova estetica della guerra», nel numero 7-8 del 1941 di «Retroscena», palermitana rivista letteraria degli spettacoli e delle arti (con sede in via Principe di Belmonte) che egli diresse, dal 1927, utilizzandola come strumento di propaganda mussoliniana. In quello stesso numero della pubblicazione, Armò si fece propugnatore del “Teatro grigioverde”, ossia di quello spirito bellicista che avrebbe dovuto animare, nella Palermo dalle gloriose tradizioni teatrali, contenuti e forme degli spettacoli messi in scena al Politeama Garibaldi e al Teatro Massimo durante la mattanza “sugli italici fronti” del conflitto mondiale: la chiamò “una stagione di guerra”, invitando i lettori a riconsiderare ideologicamente, ad esempio, l’assunto della “Madama Butterfly” pucciniana (programmata al Massimo) come “la condanna per certa civiltà non europea sfruttatrice dell’orientale romantico abbandono”. Proponendo gli stessi princìpi, Armò divenne l’animatore del Sindacato Nazionale Autori e Scrittori così come dell’Ente Siciliano Teatrale e della prima Festa del Libro. Solamente alla sua unica raccolta da versificatore, “Sotto zero” (pubblicata a Palermo nel ’26 dalla casa editrice D’Antoni), egli affidò il proprio intimistico e goliardico disincanto firmandosi Armogiac. Morì nel 1943, al tramonto del regime che aveva difeso, un anno prima del sodale Marinetti.

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